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venerdì 4 febbraio 2022

Esame di Stato 2022: l'opinione degli studenti

 Tornano le prove scritte all'Esame di stato

Il giorno lunedì 31 gennaio 2022, il ministro dell’istruzione, Patrizio Bianchi, si è espresso sulle modalità che interesseranno lo svolgersi sia della Maturità che dell’esame di terza media. Da studentessa del quinto anno che, nel 2022, dovrà sostenere sia l’Esame di Stato, sia prendere importanti decisioni riguardo al suo futuro percorso universitario, ho vissuto, fino a lunedì, nella tranquillità che mi era stata consentita dalle dinamiche su cui, fino a quel momento, si era pronunciato il ministro: uno scritto di Italiano e un orale in cui avrei dovuto presentare o un elaborato o una tesina interdisciplinare. Non mi sono, tuttavia, stupita più di tanto nel ricevere la notizia secondo la quale, seppur non siano ancora state presentate ordinanze definitive, sarà reintrodotta la seconda prova. Questo, forse, è dovuto al fatto che nel mio singolo caso, la Dad ha rappresentato sì una didattica a singhiozzi, ma allo stesso tempo mi ha consentito di approfondire tematiche ed interessi che fino poco tempo prima avevo a dir poco trascurato; forse, perché nella mentalità di alcuni alunni e professori la Maturità ha una valenza puramente formale, quasi come se rappresentasse il raggiungimento di una soddisfazione personale nel veder concluso nel migliore dei modi un percorso così tortuoso e faticoso. Tuttavia io non sono un caso singolo, in qualche modo, in questo contesto, credo di rappresentare la comunità studentesca e, pertanto, mi domando: tutti affrontano questo momento come lo sto affrontando io? Tutti riusciranno a sopportare il grande stress che dominerà questi ultimi mesi di un momento della nostra vita che vorremmo ricordare come “sereno”? Con questo non voglio apparire come menefreghista e tanto meno più forte emotivamente rispetto agli altri studenti, ma desidero evidenziare come la Dad non abbia solo compromesso la nostra preparazione scolastica e la nostra formazione, ma abbia anche notevolmente nociuto alla nostra interazione sociale. Ha condotto molti alunni alla scelta dell’abbandono scolastico. Ha fatto passare in secondo piano la salute mentale di chi, fino a quel momento, non aveva avuto modo di interfacciarsi con se stesso. Credo che in questo momento sarei anche io nella medesima condizione di sentirmi esausta di ritrovarmi solamente con me stessa e con il mio computer… quanto prima ho affermato è più una questione di voler proseguire un modus vivendi che ho appreso proprio nel momento di emergenza: affrontare tutto un passo dopo l’altro. Probabilmente, la decisione a cui è giunto il ministero dell’istruzione non muterà: al momento ci sono più punti interrogativi che certezze, più angoscia che felicità di proseguire verso il termine di questo ciclo di studi, più desiderio di far sentire la propria voce e di richiamare alla collaborazione la comunità studentesca italiana piuttosto che ridursi alla semplice accettazione che io stessa, ora, considererei come atto di egoismo.

a cura di Camilla Camusso, V C 


lunedì 31 gennaio 2022

Visita alla mostra di Alberto Burri: il parere degli studenti

 Alcuni studenti delle classi quinte visitano la mostra di Alberto Burri presso la Fondazione Ferrero ad Alba



“Amo Burri perché non è solo il pittore maggiore d’oggi, ma è anche la principale causa di invidia per me: è d’oggi il primo poeta”. Questa riflessione appartiene al poeta ermetico Giuseppe Ungaretti: l'intellettuale del secolo scorso si pronuncia in questo modo al fine di descrivere un artista le cui opere rappresentano l’incontro tra un forte turbamento interiore e il connubio materico che alternava l’utilizzo di sacchi, plastica, corde, chiodi nelle opere del genio di Alberto Burri.

L’artista nasce a Città del Castello nel 1915 e si inserisce nell’ambiente culturale italiano come uno tra i maggiori esponenti e interpreti dell’Informale. Grande risonanza ha avuto, nel vero significato delle sue opere, la sua esperienza di vita. Prima di comprendere la sua reale vocazione, l’Arte, dopo aver conseguito gli studi presso il dipartimento di Medicina a Perugia, Burri si arruolò nell’esercito, più precisamente nella 10° legione in Africa Settentrionale. Nei giorni della resa italiana in Africa fu arrestato dagli inglesi e rinchiuso nel “criminal camp” per non cooperatori nel campo di concentramento di Hereford, in Texas. Questo periodo segnò profondamente la sua produzione successiva: l’utilizzo dei materiali richiama l’essenzialità dei mezzi che lo circondavano durante la prigionia; i sacchi diventano il tessuto della società del dopoguerra e, per questo motivo, essi venivano stravolti nella loro forma e utilizzo. Il tessuto grezzo diventa confine di enormi crateri neri dipinti su una tela cucita o inchiodata ad altri materiali. La plastica subentra nella sua produzione solo a metà degli anni 50: è materiale nuovo e, come ogni novità, è oggetto di grande richiesta, tanto da farne emblema di un nuovo capitalismo durante gli anni del boom economico.



Come si approccia l’autore a questa novità? Stravolgendone la consistenza, incendiandola in un furore che crea squarci, sfumature nere e marroni; i nuovi connotati che le tele di plastica assumono richiamano demoni interiori che emergono dai colori della violenza che l’autore conobbe durante il conflitto: il rosso e il nero.

Proseguendo nelle sale della Fondazione Ferrero, ci si imbatte in una sorta di equilibrio ritrovato: a colori scuri e decisi, si sostituiscono tonalità chiare che lasciano tregua agli occhi dello spettatore; si alternano figure geometriche e dettagli d’oro che non solo richiamano la tradizione musiva, ma anche uno spiraglio di speranza in un mondo immerso in una fuligginosa coltre nera.

Questa esposizione presso la sede della Fondazione Ferrero ad Alba ha suscitato grande interesse tra gli alunni delle classi quinte del Liceo Classico Vittorio Alfieri che, accompagnati da alcuni docenti, hanno compreso quella che si può definire la migliore tecnica di apprendimento: vivere quanto sui manuali è solo descritto in un contesto del tutto diverso dal consueto.

A cura di Camilla Camusso, VC



lunedì 4 gennaio 2021

Conferenza di Gherardo Colombo

LA COSTITUZIONE RACCONTATA DA GHERARDO COLOMBO 

Gherardo Colombo è un ex magistrato, giurista e saggista noto per la sua partecipazione a importanti inchieste quali la scoperta della Loggia P2, il delitto Giorgio Ambrosoli e Mani Pulite. Nella conferenza organizzata dal Polo Cittattiva di Cisterna, tenutasi il 21 dicembre 2020, Colombo ha proposto un’introduzione ai principi fondamentali citati nella Costituzione, sottolineando in essi la presenza di grandi voci storiche (per citare un esempio, nell’articolo 27 risuonano le basi del trattato Dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria).


Il suo discorso ha fornito un approfondimento ai temi affrontati in una materia recentemente inserita nel programma disciplinare scolastico e, a mio parere, indispensabile per istruirci sull’organizzazione del mondo politico in cui stiamo vivendo e per guarire alcuni giovani dall’indifferenza politica che, come disse Calamandrei, rappresenta il più grande oltraggio mosso nei confronti della Costituzione. Questo documento e i principi celebrati in esso sono il risultato della lotta partigiana volta al raggiungimento dell’uguaglianza e della libertà.

Oggi la libertà personale di ciascuno di noi è aumentata rispetto al passato, come ha affermato il relatore, ma non è cresciuta di pari passo la capacità di gestirla: la libertà è scelta, ma spesso siamo i primi a non voler acquisire le informazioni che sono assolutamente necessarie per decidere e per renderci soggetti della realtà di cui facciamo parte. Secondo Colombo non esiste più una capacità critica nei ragazzi, le cui idee ormai sono molto condizionate dai social e, inoltre, è una tendenza degli stati dell’UE finalizzare l’educazione all’esercizio di una professione. La formazione, invece, dovrebbe essere indirizzata alla capacità di vivere, di decidere, piuttosto che alla capacità di svolgere un lavoro. 

La scuola è anche il diritto fondamentale citato nell’articolo 34, un articolo di polemica nei confronti di tutti gli ostacoli di carattere sociale ed economico che compromettono diverse opportunità a un individuo, indipendentemente dalle proprie abilità. In questo articolo si sintetizza quanto detto finora da Colombo, secondo il quale è importante capire in cosa consiste la società orizzontale delle pari opportunità, educare ai principi anche con la testimonianza, non solo con le parole. Ogni volta che il comportamento di coloro che insegnano contraddice le parole, è l’insegnamento dettato dal comportamento che passa, mentre le parole in contraddizione educano all’ipocrisia.

Sotto alcuni aspetti, invece, dal punto di vista dell’uguaglianza, sia formale che sostanziale, la Costituzione rappresenta una macchina ferma. A tal proposito Gherardo Colombo ha portato ad esempio l’articolo 10 secondo cui è un diritto dello straniero essere accolto, diritto però, evidentemente, vero solo nella teoria della giustizia costituzionale: nonostante, infatti, lo straniero venga ammesso e gli venga dato un permesso di soggiorno, assume comunque una posizione di discriminazione a causa della quale non può scegliere chi amministrerà la sua vita o il suo denaro. 

Sono stati molteplici gli spunti di riflessione forniti in così breve tempo, sia a proposito della carcerazione, sia a proposito della situazione sociale e politica nel ’68 –’69, ma anche a proposito delle grandi inchieste che hanno vantato la partecipazione di Colombo, abile relatore in grado di avvicinarci sempre di più al nucleo della nostra società che, noi, nuove generazioni, abbiamo il dovere di rispettare e rendere vivo: la Costituzione. 

A cura di Camilla Camusso (IV C)

Prima Conferenza Alfieriana

A TU PER TU CON VITTORIO ALFIERI 

Il Settecento, secolo di salotti, minuetti e cioccolata, ma anche di grandi rivoluzioni e di sconvolgenti contraddizioni, è il contesto in cui si inserisce Vita scritta da esso, l’autobiografia di Vittorio Alfieri. Quest’ultima rappresenta uno dei titoli più atipici e apprezzati del Settecento e, in quanto romanzo di formazione, l’autore non racconta l’assoluta verità, ma il percorso, la presa di coscienza, la vita come spazio di esperienza e di esistenza. Proprio l’esistenza complessa di Alfieri delinea il file rouge del ciclo di conferenze tenuto dalla dottoressa Carla Forno il 15 dicembre 2020 agli studenti e ai docenti del Liceo Classico, istituto che prende il proprio nome dall’eclettico drammaturgo e poeta astigiano. Sempre critico e ironico, indubbiamente superiore, Alfieri non amò Asti, nonostante in questa cittadina di provincia situata in posizione strategica si trovasse l’unica dimora che ebbe la possibilità di chiamare “casa”. Fu capace come pochi altri intellettuali del tempo di spingersi oltre i confini del mondo aristocratico viaggiando in tutta Europa, in senso anacronistico, - s’intende -, e non solo: da Parigi a Londra, da Stoccolma a Pietroburgo, alla rincorsa di una libertà dai contorni sfumati e di una necessità esistenziale di scoprire, vedere e conoscere.

L’autobiografia – genere divenuto “di moda” all’epoca – è essenziale sia per chiunque desideri conoscere la poliedricità del protagonista sia anche per sintetizzare quest’ultimo in una sorta di paradigma: la contraddizione. Perché, quindi, l’autobiografia di Alfieri corrisponde a un romanzo di formazione? Per rispondere a questa domanda, è necessario sottolineare che l’opera pubblicata postuma di Alfieri si distingue nettamente dal genere letterario del diario: a variare in questi due generi è la relazione con il tempo. Mentre un diario prevede una contemporaneità tra scrittura e azione che si ottiene annotando sulle pagine un aggiornamento quotidiano, nell’autobiografia l’autore osserva se stesso a posteriori con la lente dell’esperienza e con un’ironia che gli consente il distacco necessario per giudicarsi. Pertanto l’autobiografia alfieriana può essere intesa come una confessione di quanto non era mai stato ammesso in vita o celato nelle metafore contenute nelle sue opere. 


Carla Forno, in un appuntamento di appena due ore e mostrando la sua esperienza dettata da anni di ricerca e studio, ha delineato una figura che si mostra agli occhi di noi studenti molto interessante e talmente composita da rendere possibile il rispecchiarsi di alcuni di noi in alcuni aspetti di una personalità così complessa. Gli appuntamenti, a cui gli studenti del quarto anno prenderanno parte in quanto approfondimento del programma di studio, continueranno per altre due lezioni distribuite nel mese di gennaio sulla piattaforma Meet: la cultura non si ferma e il nostro istituto rende disponibili ai suoi studenti molte esperienze in un contesto così complesso come quello che stiamo vivendo. 

A cura di Giulia Mora e Camilla Camusso (4C)

mercoledì 9 dicembre 2020

School for future

“School for future”, un nuovo movimento studentesco nato a Torino 

Sentendone parlare, la nostra mente ci riporta al 2018 quando Greta Thumberg avviò lo “Skolstrjk för Klimatet”, sciopero scolastico per il clima, diffuso oggi in tutto il mondo come “Fridays for future”. 

Oggi, seguendo il suo esempio, 20 studenti trasformano la strada in una scrivania. Il diritto all’istruzione e un ritorno alla didattica in presenza diventano così oggetto di protesta pacifica, ma che con parole sentite tenta di portare a un cambiamento che si spera sia prossimo. Gli studenti che aderiscono alla manifestazione sono determinati a proseguire la loro lotta fino alla raggiunta di un risultato concreto che assecondi tutte quelle promesse che finora è risultato impossibile mantenere. 

I professori si sono dimostrati orgogliosi di aver istruito studenti con questi ideali di uguaglianza: la loro lotta è stata interpretata come uno schierarsi contro la didattica a distanza perché ancora troppo elitaria per un cospicuo numero di giovani menti che, nella peggiore delle ipotesi, come testimoniano ultimi dati, saranno costrette a rinunciare a un loro diritto inalienabile, il diritto all’istruzione. 
Foto di Joseph Mucira da Pixabay


Ritengo sia una tematica piuttosto complessa da affrontare, dal momento che spesso mi trovo a sostenere tesi contraddittorie, frutto delle molteplici sfaccettature che la problematica mostra in questo periodo di emergenza sanitaria. Per quanto la didattica a distanza rappresenti una potenzialità per chi dispone dei mezzi necessari, è bene riflettere sulla situazione di chi è meno fortunato. Mentre una parte di me non sostiene questo movimento perché considera il ritorno a scuola pericoloso e forse ancora troppo disorganizzato, comprendo come per molti la scuola non sia scontata, bensì costituisca un privilegio. 

Devo anche ammettere che in questa protesta, di cui la lettera inviata al ministro dell’istruzione Azzolina è diventata manifesto, ho notato un velo di egoismo: si percepisce, nelle loro parole, una scuola violata nel suo aspetto di socializzazione e non tanto di istruzione. In questo momento difficile vi sono priorità: un gap culturale, con la buona volontà, può essere colmato, ma la perdita della vita umana non ha rimedio. Le statistiche affermano che sui tamponi effettuati ai ragazzi, in Piemonte, 1 su 5 risulta positivo e, ormai, la giovane età non significa immunità. 

Non conosco nessuno che abbia aderito a questo movimento, anche perché molti istituti hanno concretamente investito i fondi dallo stato nell’acquisto di device funzionali al fine di garantire la didattica a tutti. 

In questi mesi, viene messo in dubbio un futuro di per sé già incerto: non ci è possibile vivere i nostri anni migliori a pieno in un’età che, purtroppo, non conosce la pazienza. Al momento ci sentiamo quasi imbrogliati da questa ricaduta in una situazione già vissuta, non riusciamo più a vederne un’uscita vicina portata dalla bella stagione, ma abbiamo bisogno di una maturazione personale che ci renda più consapevoli ed empatici nei confronti di chi si ritrova a gestire una situazione che difficilmente avremmo immaginato.

A cura di Camilla Camusso, IV C

Riflessioni sul ritorno alla DaD

I computer si riaccendono e ci ritroviamo a rivivere il passato: a seguito delle nuove disposizioni dettate dall’ultimo dpcm del Presidente del Consiglio Conte, la scuola in presenza rimane accessibile alle classi inferiori alla seconda media. 

Vorrei proporre una riflessione: come mai l’Italia ha preso provvedimenti di chiusura sulla scuola quando, negli altri Stati, si sono concentrati sul precludere ambienti secondari lasciando aperto il luogo dove il diritto all’istruzione viene realizzato? Veniamo dunque a descrivere la situazione che noi studenti abbiamo vissuto per soli due mesi: entrati in classe ci trovavamo limitati in quattro pallini rossi che segnavano la posizione esatta e non modificabile dei nostri banchi distanziati. Alla prima ora ci veniva consegnata una mascherina nuova, rinnovata quotidianamente a ogni studente dell’istituto: il bene, che fino a poco tempo prima ci conquistavamo in una corsa alla ricerca del modello più sicuro per la salute di ognuno di noi - e che nessuno ci assicura sarà disponibile per molto -, all’uscita dalle lezioni, giaceva abbandonato sul marciapiede che ne risultava coperto. Era evidente il forte impatto ambientale dettato da questo provvedimento ministeriale. L’orario scolastico era dilatato in sette unità orarie e la tensione dovuta a una situazione di continua incertezza non contribuiva a farci vivere con maggiore serenità il contesto scolastico, sicuramente piegato dal Covid19. Era preclusa ogni possibilità di movimento: diversi istituti, non disponendo di una propria palestra, hanno dovuto rinunciare alle lezioni di educazione fisica e l’unico spostamento consentito era andare in bagno, sempre muniti di mascherina. In tutti noi era viva la speranza, ma a metà ottobre siamo giunti a una difficoltà tale da non riuscire più a evitare la DaD. 
Foto di mohamed Hassan da Pixabay


Durante la prima quarantena abbiamo tutti avuto modo di esplorare il complesso mondo delle piattaforme online, della condivisione di file, dello sviluppo di rapporti interpersonali attraverso uno schermo, tutte novità che ci hanno aperto le porte di una società a cui la digitalizzazione ci sta conducendo. 

Io ho sempre considerato la didattica a distanza come una grande opportunità: mi è sempre piaciuto studiare e ho sempre desiderato applicarmi con passione, ma dividendomi tra mille impegni, mi risultava difficile affrontare i programmi di studio in modo completo e approfondito. Ora, come anche a marzo, ho la possibilità di organizzare il mio tempo non solo per arricchire giorno dopo giorno il mio bagaglio culturale, ma anche la mia persona. Dopo un iniziale momento di sconforto nel sentire numeri sempre più alti e che riportavano alla mia mente le immagini dell’ultimo periodo di quarantena - particolarmente difficile - ho deciso nuovamente di non lasciarmi trascinare in un turbinio di pensieri negativi che, spesso, sono una grande limitazione che ci imponiamo noi stessi. Non mi definisco né ottimista né pessimista per quanto riguarda l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, ma continuo ad avere fiducia in un’umanità che si rialzerà più consapevole. Io credo che nella frenesia di tutti i nostri problemi e di un mondo a cui non riusciamo a tenere il passo, la sopraffazione possa essere metabolizzata e compresa se si ha una maggiore conoscenza delle proprie possibilità e capacità, elementi che solo fermandoci per un attimo e riflettendo possiamo sviluppare. 

Questo nuovo tipo di didattica a cui tutti in breve tempo ci siamo dovuti adattare non potrà mai sostituire l’esperienza di una realtà scolastica vissuta in presenza: è bene ricordare che la scuola non ci cresce solo come studenti e futuri lavoratori, ma anche come uomini e donne, coscienti della realtà che li circonda. La scuola è un nostro diritto, studiare è un nostro dovere, vivere con consapevolezza una nostra decisione.

A cura di Camilla Camusso, IV C

Recensione del libro TORNA DA ME

Torna da me 

“Quanto ci si può sentire soli? Sicuramente più di quanto il nostro cuore da solo possa sopportare. È allora che si corre a raccontare tutto a qualcuno. Scriverò tutto a te, mamma. Anche se non ci sei più. Queste mie lettere non saranno solo per ritrovarti. Ho bisogno di te. Perché anche Gabriele ora è lontano. Aiutami a riportarlo indietro”. 

Inizia in questo modo la testimonianza di Valentina Barbera, scrittrice e mamma di due bambini di cui uno, Gabriele, autistico. La sua storia è contenuta nelle pagine del libro Torna da me, casa editrice Paoline Editoriale libri, 2020, pag. 144. 


La giornalista e scrittrice Manuela Caracciolo afferma, durante la presentazione del libro tenutasi il 25 settembre 2020 presso il bar Mazzetti, che non si tratta di un romanzo, che si scrive con il cuore, e nemmeno di un saggio che si scrive con la mente. In quanto testimonianza è scritta con l’anima, l’anima di una donna che con la sua famiglia ha intrapreso un viaggio difficile, su una zattera fatta di tenacia e speranza, flessibilità e capacità di riemergere dalle onde. Una volta ottenuta la diagnosi, alla famiglia di Gabriele si sono aperte decine di porte degli studi di terapia considerati più competenti, ma nessuno era adatto. La scrittrice con il marito cercavano una figura che è stata soddisfatta della dottoressa Maria Etta Cavallini, anche lei intervistata durante la presentazione. La terapista interviene: “Valentina vuole che questo figlio torni da lei, ma secondo me non se ne è mai andato. Questo libro è, di certo, un inno alla vita e lei stessa, come genitore, mi ha insegnato delle cose. Innanzitutto a dare ascolto ai genitori che conoscono la vera dimensione di quello che il bambino sta vivendo quotidianamente. La terapia senza una collaborazione da parte dei genitori è inutile e spesso viene vista come elemento di riempimento per tutti quei momenti di vuoto che lo sconforto a causa della malattia provoca. Valentina, tuttavia, ha anche colmato questi silenzi con un amore sorprendentemente travolgente.”. Lentamente, la scrittrice intuisce che in ogni situazione dolorosa è racchiusa un’opportunità. Comincia, dunque, a scrivere delle lettere alla madre venuta a mancare, ma che ora avverte vicina. La scrittura risulta al tempo stesso un modo per dare libero sfogo ai propri pensieri e stati d’animo e per chiedere un aiuto a far tornare Gabriele dal silenzio di cui sembra prigioniero. Alessandro Borio, nella prefazione, scrive parole colme di sentimento e solidarietà nei confronti della famiglia di Valentina Barbera: “Torna da me è una strada per esplorare e dialogare con il mondo dell’autismo, un lavoro in cui calarsi in punta di piedi e col rispetto dovuto a chi ci apre le porte del suo cuore per regalarci un po’ di speranza. Perché la speranza è liquida e fluisce nelle anime che non sono impermeabili”.

A cura di Camilla Camusso, IV C