domenica 12 luglio 2020

Lettera di Alfredo Poli - Menzione speciale per Emilia Bezzo

La maturità in formato ultralight dettata dall’emergenza coronavirus non sembrava certamente destinata a riservare grandi sorprese

Decurtato delle prove scritte e ridotto ad un colloquio della durata di un’ora, affidata ad una commissione formata esclusivamente da docenti interni (a parte il presidente) l’esame di stato 2020 aveva tutti i requisiti per tradursi in un rito ancora più formale e scontato del solito.

Inaspettatamente, le cose sono andate in maniera un po’ diversa. Non perché i commissari abbiano riscoperto, all’improvviso, un’innaturale dimensione di severità, ma perché i ragazzi, non solo i migliori, ma anche diversi fra quelli vissuti all’ombra di un più o meno grigio anonimato, ci hanno messo del loro, sia nel cosiddetto “elaborato d’indirizzo” (escogitato dalla ministra Azzolina all’ultimo momento in sostituzione della seconda prova scritta), che nel colloquio multidisciplinare.

L’esame ben fatto – quest’anno più ancora degli anni scorsi – doveva vedere il candidato protagonista e i commissari relegati ad una funzione pressoché notarile, “costretti” a fare una domanda come extrema ratio soltanto davanti al blocco totale del candidato.

Si potrebbe discutere all’infinito sulla validità di una formula del genere ma certo molti allievi hanno dato il meglio di sé proprio durante questa prova. Indubbiamente, una bella sorpresa per i commissari, i quali ne hanno certamente tenuto conto nell’attribuzione dei voti finali. Facile obiettare che con un esame regolare i risultati sarebbero stati diversi, doveroso è riconoscere la serietà con cui i ragazzi – in netta maggioranza – hanno onorato un impegno che, sulla carta (ma anche nella sostanza) avrebbe potuto essere eluso con il minimo sforzo.

Non si presta, invece, ad alcuna interpretazione ambivalente l’esame di Emilia Bezzo, studentessa della cl. 5A, giunta all’appuntamento finale con un curriculum insuperabile: media dei voti prossima al 10 nei cinque anni di corso, innumerevoli riconoscimenti ottenuti in concorsi e certami svolti in giro per l’ Italia nei più svariati ambiti disciplinari, unito, giusto per dimostrare a se stessa di non essersi totalmente immolata allo studio “matto e disperatissimo”, un impegno assiduo profuso nel tennis agonistico, con la partecipazione a numerosi tornei nazionali e internazionali dove ha avuto modo di dimostrare un talento certamente non comune. Insomma un connubio perfetto di determinazione ed ingegno che Emilia è riuscita a far emergere con grande evidenza anche nel suo esame, in tutte le parti dell’esame: l’elaborato, dedicato alla concezione della temporalità nei poeti lirici greci e latini, che per la varietà e corposità della bibliografia utilizzata e per la profondità dell’indagine linguistico-stilistica avrebbe potuto tranquillamente essere equiparato ad un saggio universitario, poi l’analisi, non meno rigorosa, di un brano tratto da “L’umorismo” di Pirandello.

Semplicemente strepitosa, infine, la modalità con cui si è svolto il colloquio multidisciplinare: partendo da un pensiero di Schelling sul concetto di essenza ed esistenza la candidata ha discusso e dimostrato le corrispondenze fra filosofia della contingenza, esistenzialismo, teatro dell’assurdo, corrente elettrica istantanea , respirazione cellulare e ciclo di Krebs (mi limito a citare i passaggi senza pretendere, ovviamente, di ricostruire i collegamenti). Mi è venuto spontaneo ravvisare nelle argomentazioni di Emilia un’esemplificazione pratica del famoso concetto greco di polymatheìa: c’è un’unica realtà conoscibile, a essere diversi e molteplici sono i linguaggi con cui la si può descrivere, ciascuno caratteristico di una specifica scienza. E’ un concetto fondamentale della civiltà ellenistica nella sua fase più matura che, da buon prof di greco, ricordo frequentemente ai miei alunni, ma un conto sono le parole affidate ad una spiegazione un altro è vederlo confermato in maniera così persuasiva da una liceale all’esame di maturità.

Esame straordinario, quello di Emilia, per il quale non era sufficiente tributare la valutazione massima, sia pure impreziosita dal raro privilegio della lode; occorreva in qualche modo fissarne il ricordo: da qui la decisione unanime di inviare una menzione ufficiale al Ministero dell’Istruzione perché ne rimanga traccia negli annali e, soprattutto, perché l’eccellenza trovi, una volta tanto, adeguato riconoscimento.

Intanto lei guarda già oltre, ai suoi studi universitari presso la Sorbonne dove è stata inserita, al termine di una durissima selezione, nell’esiguo drappello di allievi (30 in tutto su oltre 900 aspiranti provenienti da tutta Europa) che seguiranno i corsi per conseguire una doppia laurea in lettere e in filosofia, senza scartare l’altra opzione, ancora in piedi, di sostenere l’esame di ammissione alla prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa: un dilemma fra due strade accomunate dall’eccezionalità.

Qualche volta mi è venuto spontaneo mettere in dubbio l’effettiva incisività svolta dalla scuola, con i suoi ritmi standardizzati e con l’appiattimento culturale tipico degli ultimi anni, nei riguardi una ragazza dalle doti intellettuali di Emilia, da sempre abituata a viaggiare per conto proprio a ben altre velocità. Non so darmi una risposta precisa ma ho notato l’intensità dello sguardo della ragazza e la luminosità del suo sorriso quando, al termine dell’esame ha voluto ringraziare i suoi insegnanti, segni inequivocabili della sua sincerità. E allora mi piace pensare che una parte di merito, per quanto piccola, nel luminoso percorso che questa giovane è destinata a compiere, sia anche nostro. Pensarlo serve a riconciliarsi un po’ con questo mestiere e, in fondo, a capire che, può riservare anche qualche soddisfazione.


Alfredo POLI
Liceo classico “V. Alfieri” II commissione Esame di stato 2020

martedì 2 giugno 2020

UNISTEM Day on-line - Esperienza emozionante - 29 maggio 2020

Più di 800 studenti della Regione Piemonte hanno partecipato all’evento di Unistem Day 2020 organizzato da UNITO e NICO (Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi); tra questi anche alcuni allievi delle classi 4A, 4C, 5A,5C del nostro Liceo Classico. 


Dopo i saluti del Magnifico Rettore, Prof. Geuna, anch’egli neuroscienziato di formazione, sono seguiti tre interventi di grande livello. 

Il Prof. Bonfanti L. associato di Anatomia c/o Scienze Veterinarie e ricercatore Nico, ha parlato di Neurogenesi, cioè di generazione di nuovi neuroni nei cervelli adulti osservata attraverso studi comparati su molti animali. 

La Prof.ssa Boido M., prof associato di Anatomia Umana, Biologa e Ricercatrice c/o NICO che studia malattie degenerative e traumatiche che colpiscono il midollo spinale, ha parlato di strategie di tipo terapeutico e dell’approccio con uso delle staminali embrionali e somatiche adulte alla cura di lesioni del midollo. 

Infine la Dott.ssa Penna T., Dottore di ricerca in Filosofia del Diritto che collabora con il Dipartimento di Giurisprudenza ed è Assistente alla cattedra di Bioetica, ha disquisito sul rapporto tra Etica e Scienza, affrontando argomenti delicati come la manipolazione degli embrioni e il “fine vita”. 

Questa giornata, giunta alla 12° edizione, è da sempre un evento di diffusione e promozione della cultura scientifica. Attraverso la nuova modalità on line molti più studenti hanno potuto assistere alla conferenza. Solo attraverso l’interazione con la società può nascere un mondo diverso, nel quale la cultura scientifica sia diffusa e funzionale a migliorare la qualità della vita delle persone. 

Dopo un dibattito molto intenso e ricco di spunti, è emerso che tutti i relatori provenivano da studi classici, a riprova che il Liceo Classico offre metodo e rigore logico, qualità, queste, fondamentali per un approccio corretto alla Scienza.


a cura di Raffaella Rubano


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martedì 26 maggio 2020

Fattore J

Fattore J, promosso da Fondazione Mondo Digitale con Janssen Italia, è il primo curricolo per la scuola italiana per educare i giovani a sviluppare intelligenza emotiva, rispetto ed empatia verso le persone che vivono una situazione di grave disagio o sono affette da malattie. Un’importante operazione sociale per stimolare il cambiamento culturale e di mentalità a partire dalle nuove generazioni. La classe 3C del Liceo Classico ha finora partecipato a tre webinar che hanno sostituito nell’emergenza gli incontri in presenza, ma che con la forza degli interventi proposti da Cecilia Stajano, Coordinatrice Innovazione nella Scuola, sono ugualmente riusciti a coinvolgere i ragazzi in questo finire d’anno così carico di unicità. Questa la testimonianza di una studentessa, Camilla.


L’intelligenza emotiva. Dirigersi verso gli altri e noi stessi comprendendo le emozioni che proviamo quotidianamente. Questo era il nucleo principale dei tre Webinar a cui, finora, la mia classe e io abbiamo partecipato. Abbiamo ritrovato, dunque, un elemento formativo del nostro percorso di crescita personale e sociale, riscoprendo quanta importanza abbiano le emozioni che spesso preferiamo semplicemente ignorare. Il riuscire a gestire emozioni ci permette di vivere in maggiore serenità ed empatia con l’ambiente che ci circonda. L’empatia è un altro concetto molto importante a cui spesso gli specialisti si sono riferiti: la capacità di porsi al posto di un’altra persona. Per noi giovani è difficile avvicinarsi a una spiegazione riguardo queste emozioni e sensazioni che permettono non solo il raggiungimento di un equilibrio interiore, ma anche una buona rendita in ambito lavorativo e sociale. L’intelligenza emotiva costituisce la solida base di un buon team work, per esempio: così tanto diffuso nel ventunesimo secolo costituisce un requisito fondamentale della maggior parte dei lavoratori. Comprendere e accogliere le emozioni proprie e altrui è molto complesso e molti fattori influiscono nel nostro atteggiamento nei loro confronti: il background famigliare e culturale, il sentirsi soli in quelle sensazioni, considerarle socialmente inaccettabili, il voler dimostrare di non essere deboli e il voler definirsi come invulnerabili. Siamo esseri umani, non macchine.  Le emozioni, nelle loro mille sfaccettature, ci rendono unici e ci permettono di vivere la vita nei suoi molteplici aspetti. Ho riscontrato come uno dei momenti più commoventi delle tre conferenze a cui abbiamo assistito l’intervento di Leonardo Radicchi, voce e fondatore dell’associazione per ipertensione polmonare. Sono rimasta con gli occhi fissi (e talvolta anche un po’ lucidi) sullo schermo, tanto per la storia in sé, quanto per il modo di riuscire a parlare di se stessi così limpidamente. Io non ne avrei mai avuto il coraggio, forse perché non credo di aver raggiunto la consapevolezza delle mie emozioni, le quali spesso non so nemmeno definire. Il Fattore J, dunque, mi ha proposto innumerevoli spunti di riflessione, insieme a concetti e aspetti della mente umana che prima non avevo considerato. Mi ha addirittura spronato un po’ di più a seguire una delle vie di studio che intendo seguire all’università, psicologia, anche se l’indecisione è ancora molta. Non appena la nostra professoressa di scienze, Antonietta Galanzino, ci ha proposto questo progetto, ho provato interesse e ammirazione per lavoratori che, in questo momento difficile sia dal punto di vista sanitario, ma anche emotivo, ci vogliono fornire sostegno. Io mi sono sentita compresa nel notare come qualcuno, finalmente, abbia parlato di un aspetto della vita di tutti che purtroppo ora non si ha il tempo di affrontare nella sua complessità.

Il Fattore J ha avuto un ruolo importante nella quarantena che ho vissuto per più di due mesi e che in parte continuo a vivere: nella frenesia di tutti gli impegni scolastici e nell’iniziale sconforto che ho provato per questa situazione, ho trovato nell’alternarsi delle voci di specialisti in campo psicologico e medico, un modo per soffermarsi a pensare a cosa si provi in questo preciso istante, attività che inoltre ci hanno proposto in due degli incontri. Ora è forse più semplice: siamo soggetti a una minore influenza che esercita su di noi il giudizio altrui, ma quando tutto tornerà a una “nuova normalità” dovremo ricordarci di questa esperienza che abbiamo vissuto e trarne insegnamento.

Camilla Camusso cl. IIIC,

 Liceo Classico Vittorio Alfieri di Asti.


mercoledì 20 maggio 2020

UNISTEM DAY - 29 maggio 2020

Il giorno 29/5/2020, alcuni allievi delle classi 4A,4C,5A,5C del Liceo Classico, coordinati dalla Prof..ssa Rubano, parteciperanno all'Unistem Day, giornata organizzata da UNITO- NICO (Neuroscienze Institut Cavalieri Ottolenghi) AGORA' scienza. 

Unistem Day è un appuntamento annuale che permette ai ragazzi di intraprendere un affascinante viaggio nella ricerca sulle cellule staminali. Ricercatori di tutta Europa partecipano all'Unistem Day. Si tratta di un'occasione di apprendimento , scoperta e confronto nell'ambito della ricerca, nonchè di confronto di esperienze collegate alle aspettative culturali legate alla ricerca, all'essere scienziato giorno dopo giorno e ai meccanismi di formazione e consolidamento della conoscenza.. 

per non rinunciare al più grande evento di divulgazione scientifica a livello europeo, UNITO ha organizzato un incontro virtuale cui potranno partecipare 1000 studenti, tra i quali alcuni allievi del nostro Liceo Classico.


a cura di Raffaella Rubano

lunedì 4 maggio 2020

I sonetti di Foscolo

Lettura collettiva di tre sonetti di Foscolo a cura della IV A del Liceo Classico Alfieri, con lo scopo di ricostituire la classe separata, almeno virtualmente.

Attività didattica coordinata dalla prof.ssa Rossana Levati

Foscolo - "Alla sera" 


Foscolo - "In morte del fratello Giovanni"


Foscolo - "A Zacinto"

sabato 2 maggio 2020

Il contesto geopolitico ai tempi del coronavirus

Buongiorno ragazzi!

Lo scorso 30 aprile, noi, allievi dell’ultimo anno, abbiamo avuto l’opportunità di assistere a una conferenza telematica di Geopolitica, tenuta dal prof. Manlio Graziano, durante la quale è stato in primo luogo discusso il ruolo attuale della geopolitica, focalizzandosi sulla centralità che essa possegga nel conferire un punto di orientamento per l’analisi delle tendenze nell’arco di un lungo periodo di tempo.
30 aprile 2020 - Classi 5A - 5B - 5C
Di qui è possibile ottenere una serie di risposte e dati, che aiutano a districare la quantità di sollecitazioni attuali, le une differenti dalle altre. L’elemento che emerge non proviene dalla lotta politica ed economica, ma è estraneo e casuale, è un oggetto biologico che scombussola i sistemi mondiali i quali, usando le parole di Richard Haass dall’articolo comparso sul Foreign Affairs, ‘verranno accelerati e si ritroveranno con condizioni più aggravate’. La lezione ha avuto come base un articolo del prof. Graziano, in cui sono stati presi in esame tre ordini di problemi legati fra loro, e che riguardano le nostre comunità: economico, sociale e politico.

Dal punto di vista economico le pessime notizie, com’è ben noto, si accumulano, è uscito due giorni fa il dato ufficiale della crescita economica francese, o meglio decrescita, che mostra un crollo del PIL del 5.8%, destinato ad aumentare vertiginosamente dovendo prolungarsi ulteriormente il periodo di disagio e di blocco. Il disastro economico è confermato, una delle conseguenze possibili è che il 60% della popolazione mondiale perda il lavoro.
Prof. Manlio Graziano
Tuttavia, i pronostici si riferiscono alla stragrande maggioranza degli avventizi che svolgono un lavoro informale, dunque la quasi certa probabilità con cui perdono il lavoro, può prospettare un’assunzione altrettanto veloce. Inoltre, la crisi riguarda anche le leggi del mercato di domanda e offerta. La reazione dei governi è stata celere, attraverso un intervento di iniezione di denaro pubblico all’interno delle ‘falle sociali’. Il denaro pubblico, già terminato prima delle crisi, non trova spiegazione di come venga ottenuto (da considerarsi è anche la monetizzazione del debito, che cresce con un andamento direttamente proporzionale, raddoppiando). 

Di qui si è passato ad esaminare il problema di ordine sociale: al momento è presente una decrescita, sintomo di una correlata crisi di consumo, la produzione è bloccata, le industrie chiudono, la gente è licenziata, e il rischio è di ricadere nella spirale della Grande Depressione degli anni ‘30. Dunque, il ‘cerotto’ che si cerca è quello di non creare il blocco della domanda, ritornando così ai meccanismi di crescita iniziali, vale a dire la necessità di fondi per tappare le ‘falle sociali’. Testimonianza ne è il Libano, in cui, due mesi fa è stato dichiarato un debito del 180%, e la conseguente bancarotta. Il debito è stato annullato unilateralmente, tutto ciò che era posseduto ‘in cassa’ non vale più nulla, le banche – prese di mira- hanno bloccato il ritiro dei depositi, la gente si rivolta.
Prof. Manlio Graziano
Quello che è stato definito è che i libanesi ‘debbano abituarsi’ a vivere più poveri, creando inevitabilmente malcontenti sociali e riflessi politici. La capacità di reazione politica è minima, ogni stato (eccezion fatta per la Svezia) ha reagito tentando di limitare la diffusione del contagio, bloccando tutto. La situazione all’interno dell’UE, non conferisce un aspetto tanto più raggiante, sia Italia che Francia stanno con ogni sforzo tentando di far passare la discussa ‘solidarietà Europea’, secondo cui i debiti dovrebbero essere risanati con un sostanzioso aiuto dell’UE, ma sia i tedeschi che, ancor di più, gli olandesi si oppongono. Tuttavia la federalizzazione del debito, potrebbe essere accettata con un ‘compromesso di budget’, che limiterebbe però la quantità di fondi riservati a uno stato in un prossimo futuro. In conclusione, con le parole dell’articolo del professore ‘«La crisi ci dice due cose», afferma l’ex-direttore del WTO Pascal Lamy: «siamo in un mondo globalizzato, interdipendente e, di fronte a una minaccia, gli Stati si ripiegano su di sé». Una contraddizione che non nasce da questa crisi, però: per Richard Haass, anzi, è proprio «il preesistente divario tra le sfide globali e la capacità di affrontarli che aiuta a spiegare la portata della pandemia». Ma siccome tutte le tendenze in corso -crescenti rivalità tra le potenze, instabilità politica generalizzata, impennata dei flussi migratori e nazionalismo rampante – ne saranno esacerbate, è poco plausibile che, nel mondo che ci aspetta, quella contraddizione possa essere risolta.’

Atenas Fusco, classe V A

domenica 26 aprile 2020

Riflessioni sulla Geopolitica: un invito alla lettura

Buongiorno a tutti! 

Tra le tante ‘lenti’ con cui ci affacciamo alla nostra odierna realtà, vorrei proporvi quella di Manlio Graziano, professore di geopolitica presso l’Università della Sorbona, attraverso la condivisione di due suoi articoli. In primo luogo perché, da profana della materia, grazie alla sua figura e i suoi scritti, ho avuto modo di approcciarmi alla geopolitica, e di comprendere come sia una materia tanto poliforme da essere persino priva di un’univoca definizione, e chi meglio di noi ‘classicisti’ potrebbe approcciarvisi con una visione d’insieme tanto amplia e fresca della storia antica funzionale al nostro presente? Il professore ci pone una domanda, con cui intitola il primo articolo: "Who Will Pay for the War Against Covid, and Until When?". 

La struttura a cui siamo posti di fronte, che non sempre noi ragazzi manteniamo vicino alla nostra quotidianità, è in maniera inevitabile parte della nostra vita: l’economia. Essa è alla base dell’organizzazione dell’utilizzo di risorse di un paese, e la stessa parola -dal greco οἶκος e νόμος – ci ricorda quanto sia importante che l’individuo rimanga al centro e costantemente informato di quei sistemi internazionali da cui sembra alienato o di cui non possegga alcun controllo, la nostra ‘non conoscenza’ di questi ultimi, ovvero ignoranza, è il nostro primo limite. Mentre all’interno del secondo ci pone una seconda difficile questione, sottolineata anche dal presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli: la difficoltà dell’Europa a rimanere unita e di dimostrare la sua solidarietà. 

Oggi ci risulta difficile agire concretamente, tuttavia possediamo un’arma di cui nessuno può privarci: la nostra mente. È per questo che ho voluto portare davanti a voi due articoli, mi è piaciuta l’idea di invitare alla lettura, ormai è una sfida, una risorsa e una possibilità. Mi auguro che l’argomento, come per me, possa permettere di chiederci, comprendere e riflettere sulla realtà concreta di ciò che viviamo, sentendoci parte di meccanismi di cui siamo primo fondamento e parte necessaria. 

Buona lettura! 
Atenas Fusco, classe V A

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23/3/2020  - Viral Debt. Who Will Pay for the War Against Covid, and Until When? 




No one is asking where the money will come from. Or how – and when, or  if – it will be paid back -  by Manlio Graziano 

The dramatic spread of the Covid-19 virus has prompted equally dramatic responses –  and rhetoric – from the world’s political leaders. 

“We are at war,” said France’s Emmanuel Macron. And in Washington, Donald Trump  declared himself to be a “wartime president.” 

But war is expensive. In the face of what many see as an existential threat, Trump, Macron and other leaders have vowed to “do whatever it takes” to defeat the virus. But  there’s a subtext, which is: “we will spend whatever it costs.” 

The talk is of not just billions, but even trillions of dollars. National legislatures have  been approving spending at these levels. And many citizens do not blink. They take it for granted that today’s “providential” states have pockets as deep as they need to be, that the money will be found. And that if governments fail to do so, it is because they are under the sway of elites, Wall Street, the 1 percent, you name it. 

Yet no one is asking where the money will come from, or how – and when, or if – it will be paid back. 

Without in any way questioning the urgency of the threat to public health, or the earnestness or ultimate goodwill of various governments’ responses, this march toward the unknown raises questions – and red flags – in the minds of political analysts with a grounding in history. For they know that when politicians trumpet their unshakable faith in final victory – victory at any cost – they don’t always win. 

Indeed, as the history of the last century clearly demonstrated, final victory is more likely to go to those who promise only blood, sweat and tears than those who preen and swagger from balconies. 

So this discussion is not about the steps needed to defeat the virus – I leave that to the experts in public health. 

But someone needs to seriously consider the social, and therefore political, and therefore international, ramifications of this “whatever-it-takes” thinking – and to ponder what could be some disastrous unintended consequences in the post-pandemic world. 

No leader has begun to suggest how all this spending will be funded – through “war” bonds, or a variety of contributions or sacrifices to be made by ordinary citizens during the “war”? 


This is the elephant in the room. 

In trying times like these, every political leader promises that no one will suffer – at least not much. The state will “take care of” any problem that arises. 

But again: With what money? 

In the United States, Trump rarely even mentions the deficit – though it is a favorite subject of Republicans when they are out of power. In France, Macron has pushed aside all previous talk of reducing the deficit. Virus-related spending by hard-hit Italy is certain to push its 2020 budget deficit above the EU’s ceiling of 3 percent of national output, but the European Commission says it will allow this, given the circumstances. 

Commission President Ursula von der Leyen and Angela Merkel also agree. 

Ordinary citizens don’t always understand the thinking here. If seemingly almost unlimited funds can be found for this, why couldn’t they be found in normal times? Was it because they – they being a billionaire president, or the 1 percent, or corrupt leaders, or European bureaucrats, or the vultures of the financial world, perhaps even immigrants — wanted to prevent us from having it? 

(It’s interesting that people only seem to protest against corruption once there is no money left for them: Italians began insulting Bettino Craxi only at the end of a decade during which he had filled their pockets with money.) 

But the harsh reality is that we are running out of money – and were even before the virus struck. So political leaders make promises they cannot keep, and commit their nations to spending that others will have to pay for at a far higher price (as in Donald Trump’s notorious “I won’t be here” when it all blows up). 

There are some clear and identifiable problems here. 

Problem No. 1: like Pinocchio when he confronted the Cat and Fox’s tree of money growing overnight in the Field of Miracles, people are lulled into believing what they want to believe, which is most comforting – not the hard, cold realities about how wealth is actually created as explained by classic economic theories. The conventional wisdom is that money is a variable independent from the “real” economy. For some American liberals, this means the idea that government can go on “printing money” without risk of inflation – since the entire world trusts and will support the dollar. This illusory notion that while real production goes one way, finance can go another may keep people happy – the stock market can continue going up for a time even if real production is going down – but eventually the bubble bursts and order is restored. 

Painfully and disruptively. Keynesianism has never really worked: even less today with current debt levels. 

Problem No. 2: the “entitlement culture”. A culture in which people believe that society, a company or government owes them something and they do not have to earn it or deliver value for what they receive. But eventually, the money runs out, and there are jolting socio-political consequences (as we observe since the 2008 crisis). 

Problem No. 3: over-reliance on public debt; and an unwillingness to confront reality.  When the conditions that had allowed countries to afford free welfare for all disappear, governments tend to gradually increase public debt in order to compensate. More and more public money is spent to give the impression that those earlier conditions still exist. Instead, declining powers need to come to grips with the reality: They will never be great again. 

Problem No. 4: demography. All of the above factors are converging at a time when a growing and aging world population is putting unprecedented pressures on pensions and healthcare, making demography the worst of these problems. Last year’s UN World Population Prospects posits a “catastrophe scenario” that could take shape by 2050, with money finally running out to pay pensions and provide healthcare for the elderly (or to pay the salaries of those who work to support the elderly). For possible consequences, see “The Case for Killing Granny” (Newsweek, Sept 21, 2009). By 2050, according to the UN, the “richer countries” will be able to keep their welfare states alive only if 380 million immigrants go to work there. Yet these countries continue to reject, and even in some cases to demonize, the immigrant laborers who could save them. The announced measures to deal with coronavirus will further aggravate this problem by closing borders. 

Problem No. 5: the market catastrophe. Macroeconomic consequences will aggravate the debt crisis (the debt/GDP ratio will worsen on both fronts) – and the urgent measures adopted at the outset of the 2008 recession are no longer readily available, as resources are now insufficient. 

Problem No. 6: fragmented alliances. Amid the rise of protectionism, border walls and our-nation-first policies, we are seeing none of the global coordination we saw in 2008; indeed, an every-man-for-himself approach will pull everyone down. 
In sum, the world stands at an extremely perilous precipice, one with at least some ominous echoes of an earlier time in history. 
Adolf Hitler won election by making a Keynesian promise to end unemployment; he kept his promise by emptying the state coffers. When there was nothing left, and no one would lend to the German state, the only possible solution was war. 
And it was war – not Roosevelt’s New Deal – that got the United States out of the Depression. 

History does not repeat itself, but it often rhymes, it has been said. And one word that rhymes with war is…war. 

(English editing by Brian Knowlton. Title © Fabio James Petani)


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16/4/2020 - Europe’s solidarity trap - Limes



The true division runs not between North and South, but between those who spend the others’ money and those who pay the others’ bills. by Manlio Graziano

In late March, old Jacques Delors made a brief appearance back on the public stage to sound a somber warning: If Europe fails to demonstrate solidarity in these difficulttimes, it will be headed toward “mortal danger.”

 It is hard to argue with this.

At Easter, Pope Francis himself weighed in: “This is not a time for self-centeredness…

After the Second World War, this beloved continent was able to rise again, thanks to a concrete spirit of solidarity that enabled it to overcome the rivalries of the past,” he said.

The pontiff specifically invoked the European Union, saying it was “facing an epochal challenge, on which will depend not only its future but that of the whole world.”

Again, it is hard to argue with this.

And yet the continent’s leaders find themselves confronted with a choice between two highly unpleasant alternatives. For not only does the lack of solidarity pose a serious danger, but solidarity itself is steering Europe toward “mortal danger.”

The seemingly endless recent meeting of the European finance ministers wound up April 9 having produced a mere notional agreement, which felt very much like the postponement of any real decision. This compromise (and the reactions it provoked) demonstrated that the “microbe is back,” as Delors put it, using a metaphor sadly appropriate to the current situation. The “microbe” – for him as for most of the French, but also for the Italians – is precisely the lack of solidarity of Europe’s “North” toward its “South.”

The overused reference to North/South opposition, however, feels more like a call to arms designed to make the (supposedly selfish and self-centered) Northern countries give in, rather than a representation of reality. From 2014 to 2019, thanks also to the generous policies of the European Central Bank, several European Union member countries rolled up their sleeves to reduce their public debt: not only Germany and the Netherlands, but also Portugal, Spain and even Cyprus. In short, everyone but Greece, Italy and France. The true dividing line in Europe runs not between North and South, but between those who continue to spend knowing that others will eventually pay their bills (their notion of solidarity), and those who pay the others’ bills, Germany above all.

“Sources close to the Élysée,” writes Libération, have been delivering the following message: “If we start to say that Italy should have done more in the past (in order to) refuse all solidarity, the political cost will be enormous… If Italy finds itself back in a total economic depression under Europe’s indifferent gaze, we will have again Salvini in power.”

Those “sources close to the Élysée” are certainly right; from an electoral viewpoint, the theme of a Europe insensitive to the immediate vital needs of its weakest members is a gold mine, and Matteo Salvini exploits it well and with greater coherence than any of those who, by repeating his words, corroborate his arguments. But it doesn’t take any particular political intelligence to realize that, when these sources speak of Italy and Salvini, they are actually thinking of France (whose debt has risen even more rapidly than Italy’s) and of Marine Le Pen (who in recent times has become ‘She-Who-Must-Not-Be-Named,’ like Lord Voldemort).

Again, the sources are right, with one slight difference: While the “sovereignists” in power in Rome can, with some difficulty, be managed by a closely-knit Europe (meaning France plus Germany), having “sovereignists” in power in Paris would probably spell the death of the continental union. Thus making the different European countries the object of passive competition between the great powers which, at least by default, will remain great powers even after this crisis.

Here is the catch: Almost everyone seems to realize that a lack of European solidarity with Italy and France could propel Salvini and Le Pen to power. What most people tend to overlook, however, is the opposite scenario, but one which would produce the same, or even a worse, result: European solidarity with Italy and France could propel the “sovereignists” to power in Germany. If it is true that Italian and French voters can easily be roused to turn against Europe, and in particular against Germany, should the money to finance their governments’ expenses not materialize (and “without conditions,” if you please), it is equally true that German voters can easily be turned against Europe, in particular against Italy and France, once they see that they are being called on, yet again, to pay.

History has taught us that Germany can only exist by fusing itself into larger economic, political and military entities, in order to dilute its own strength and to avoid provoking the rise of hostile coalitions; but it doesn’t mean that German voters know it or that they consider it a priority, now. In fact, Germany is the only country that in theory would have the ability – if one overlooks its geopolitical constraints – of living without the Union: in 2019, it was the world’s fourth-largest economic power, the third-largest commercial power, the third in foreign investments and fourth in the UN’s Human Development Index.

The German voter might easily deduce from this that, without the weight of Europe holding it down, without repeatedly having to clean up others’ messes, the country could be even more prosperous than it is at present; and, to be sure, that it could work its way out of this crisis better than others.

There is no reason to believe that the virus of “My-Country-First” thinking might not infect German voters, too. For even in Germany (and especially during this transition to the post-Merkel period) plenty of politicians would be only too happy to exploit and fan the growing popular resentment over Germany’s role as Europe’s Zahlmeister, or treasurer, called time after time to bridge the gaps created by the budgetary carelessness of other EU countries.

An April 9 survey by the Politbarometer Institute of Mainz, Germany, found that 68 percent of Germans were favorable to providing European aid to the countries hardest hit by the crisis, ‘’to which Germany should be a major contributor.” However, if the current crisis is dealt with, as we hear more and more frequently, with “wartime” economic measures, there is little chance this percentage would be as high. For wartime economic measures would mean raising public debt to stratospheric levels.

And beyond a certain limit, there are only two ways to support such levels: one is a spectacular increase in production (an objective that appears out of reach for France or Italy); the other is to print more money, with the inevitable consequence of destroying a large part of people’s savings.

In Germany, memories of the hyperinflation of 1923 (but also of the June 1948 decision to replace the Reichsmark with the Deutsche mark, reducing the nominal value of the currency by 90 percent overnight), is now deeply rooted in the national psyche.

Considering that the number of people with substantial – and potentially devaluable – assets has grown exponentially since World War II, it is easy to imagine what would happen if the specter of a new hyperinflation should loom on the horizon.
France, for its part, is tiptoeing along a narrow and slippery path between two abysses.

On the one hand, the risk that its voters pull it out of the Union, condemning it to political and economic irrelevance (and thus to suffering even more dramatically the effects of the current crisis). On the other hand, the risk of provoking a similar reaction among German voters, leaving France not only without the Union, but plunging it 100 years back in history, when its mortal enemy was – precisely – Germany.

To be sure, none of these scenarios has yet been written. Geopolitics, as Robert Kaplan puts it, is a “battle against fate”. Assuming, that is, one knows which fate one needs to battle against.

(Translation by Brian Knowlton)