venerdì 24 aprile 2020

La scrittura....ai tempi del coronavirus

Gli studenti del Classico si esprimono sui giorni della pandemia. 

Arianna Bianco della classe III A e Camilla Camusso della classe III C non riescono a non scrivere: appassionate di scrittura creativa, di giornalismo, argute divoratrici di libri, sempre con la tastiera davanti, non hanno perso tempo e si sono espresse all'interno delle colonne del settimanale diocesano La Gazzetta d'Asti. Da sempre attento ai problemi dei giovani e alla voce degli studenti, Gazzetta non si è lasciata sfuggire l'occasione di accogliere gli scritti profondi e sentiti delle due studentesse. 
Gazzetta d'Asti - 17/04/2020

Arianna e Camilla, con grande sensibilità, con cuore ed intelligenza comunicano le loro sensazioni, le loro comprensibili ansie, i loro fremiti di adolescenti in un contesto di pandemia. Costrette come tutti gli studenti al ritiro nelle loro case, provano nostalgia per le loro rispettive classi, per la scuola in generale, per la vita di comunità. 

Tuttavia possiedono una buona educazione digitale, per cui sono entusiaste della didatttica a distanza, anche se, chiaramente, un sedicenne ama stare con i propri pari. 

Complimenti alle due scrittrici, che sanno comunicare con i mezzi di oggi il loro animo, la loro umanità, la loro stupenda gioventù da salvaguardare e da preservare da ogni virus... 


Prof.ssa M. Poggio liceo classico

domenica 19 aprile 2020

Antigone, oggi

CREONTE
 Dico a te, che tieni il volto abbassato: ammetti o neghi di aver compiuto queste azioni?

ANTIGONE
Lo ammetto, non lo nego: sono stata io

CREONTE
Dimmi dunque: non eri al corrente del decreto?

ANTIGONE
Certo, era pubblico: come potevo ignorarlo?

CREONTE
E allora, disgraziata, come ti sei permessa di  violare la legge?

ANTIGONE
Non c’è giustizia alcuna nella tua legge, per questo l’ho violata. Tu lo devi sapere, che essere uomini è più grande dei tuoi decreti, che  l’umanità ha le sue leggi non scritte, che vivono da sempre, che ci accompagnano da sempre. Sei tu che le ignori, non io.
Quanto a me, so bene di essere una creatura mortale, e nessun decreto può cambiare questo fatto e trattenermi in vita, oltre il mio tempo.
E se dovrò morire prima del tempo, sarà un guadagno. Sarebbe stato un dolore peggiore se avessi dimenticato la mia umanità. E se ti sembro folle, guarda in te stesso: forse la mia follia è la risposta alla tua.

CREONTE
Arrogante sei, ed ostinata. Ti elencherò i delitti, perché sia chiaro a chi ascolta quante regole hai trasgredito e quanto è giusta la tua punizione.
Testimoni ti hanno vista avvicinarti al corpo di tuo fratello, e toccargli le mani. E il viso, pure quello gli hai toccato, e hai abbracciato il cadavere e l’hai accompagnato al funerale: era proibito, lo sai!

ANTIGONE
Non potevo lasciarlo andare via così, senza un ultimo abbraccio, da solo, nel silenzio. Quale gloria migliore che racchiudere mio fratello nel sepolcro dopo avergli toccato le mani? Quale gesto migliore che non permettere che andasse nell’aldilà senza un mio saluto e senza me al suo fianco?

CREONTE
Taci! Hai contaminato la città con le tue mani, mentre il mio decreto la vuole preservare.
Con quelle mani empie hai portato il contagio di casa in casa; ti hanno visto aggirarti nell’agorà, parlare con gli anziani senza protezione alcuna: era proibito! Non hai coperto la tua bocca col velo, come stabiliva la legge!

ANTIGONE
Sì, ho tolto il velo per salutare una vecchia parente…è sorda, non poteva ascoltarmi, ma ha potuto leggere il mio messaggio d’amore per lei sulle labbra. La solitudine del cuore uccide tanto quanto questa malattia che ci ha invaso… Non potevo voltarmi dall’altro lato né salutarla da lontano con gesto furtivo della mano, come impone questa tua legge…


CREONTE
La sentite? Si vanta di aver trasgredito il mio decreto…se ne fa una ragione! Sei ostinata come tuo padre Edipo. Non sai cedere ai mali. Né sai obbedire a chi è più in alto di te. Ma ti spezzerai, come gli oggetti che vanno in frantumi…

ANTIGONE
Tutto è in frantumi Creonte, la nostra vita, e quel che è peggio, la nostra umanità. Ci sono più cose nel cuore dell’uomo di quelle che tu vuoi definire con i tuoi decreti. Cose che dobbiamo fare per tutti, e soprattutto per chi amiamo.

CREONTE
Piccola arrogante superba! Ora aggiungi insulto a insulto e ti compiaci della tua infamia, deridendo la legge. Ti hanno visto entrare nelle case, portare il tuo fiato contaminato agli altri cittadini, a mio figlio…

ANTIGONE
Emone è il mio…

CREONTE
No! Emone non è di nessuno, appartiene alla città, come tutti noi! Questa è l’unica legge ora! Preservare la città, garantire la sopravvivenza. E tu, serpe che vivi nella mia casa, vipera funesta, hai scelto di stare con i morti, non con i vivi!

ANTIGONE
Io non sono nata per l’odio, ma per l’amore. E anche tu Creonte, anche se lo neghi. Non puoi trasformare la città in un deserto, perché questo stai facendo. Pensi alla sicurezza di tutti e all’amore di nessuno, distruggi famiglie, affetti, come se ognuno di noi fosse solo al mondo! E la morte è al nostro fianco, non si fermerà per i tuoi decreti ma forse la fermerà la pietà di qualcuno….

CREONTE
Fate tacere questa pazza! Taci, disgraziata! Lo sai che il contagio si aggira sottile di casa in casa, passa di corpo in corpo, si diffonde tra i corpi dei vivi e li trasforma in morti!  Questa donna non si è preoccupata di isolarsi, lei, la superba, l’infallibile, la superiore a tutti, ha continuato a girare per la città, senza motivo di pubblica utilità, ma per il suo personale e stolto bisogno di cercare un pubblico a cui mostrare le sue virtù! Infame! E quando nell’agorà vedesti un’anziana donna cadere, schiacciata dal peso degli anni, mentre tutti l’hanno giustamente lasciata in terra per evitare il contagio, tu la soccorresti, ti avvicinasti a rialzarla con le tue mani empie…

ANTIGONE
Era la mia vicina, abitava  presso la casa di mio padre da molti anni. Da piccola giocavo sulle sue ginocchia quando mia madre Giocasta si perdeva nei pensieri, nei dubbi, nei deliri. Lei c’era per me, in quei giorni cupi. Ma se anche fosse stata una sconosciuta, l’avrei fatto ugualmente…

CREONTE
Sentite questa cagna come si vanta! E’ intollerabile. E altri testimoni ti hanno vista compiere un gesto ancora più nefasto, con quelle stesse mani con cui hai abbracciato il cadavere di tuo fratello, con quello stesso corpo con cui lo hai accompagnato alla tomba! Infame! Hai toccato le mani dei cittadini con quelle tue mani empie, hai distribuito saluti a chi conoscevi da tempo, e anche a chi non conoscevi, mentre proprio di loro dovevi prenderti cura e preservarli dalla morte… Sei andata a cercare la tua nutrice e l’hai abbracciata a lungo: ti hanno vista, non lo puoi negare.

ANTIGONE
Non lo nego infatti, l’ho fatto e ne sono fiera….E’ sola al mondo, non vede più nessuno da tempo, non ha figli nella sua casa, né nipoti. Ripiegata su se stessa, attende la morte nel silenzio e io ho voluto spezzare dolore e solitudine. Nulla di quello che ordini appare giusto ai miei occhi. E tutti sarebbero d’accordo con me, e lo direbbero, se non avessero paura, paura di te e di questa morte che ci circonda, che vogliono nascondere, sconfiggere…Ma mentre tu scrivi le leggi, il nostro cuore si svuota. Alla fine di tutto, come potremo ridare i saluti che abbiamo negato, chi conterà i baci perduti, gli abbracci mancati alle sorelle, ai fratelli, ai parenti, agli amanti? Se oggi li perderemo senza dir loro una parola, questo vuoto si dilaterà dentro di noi….

CREONTE
Tu, pazza, tu  vuoti la città, con i tuoi comportamenti empi. Tu non hai pietà di nessuno, mentre ti riempi la bocca di parole d’amore. Portatela via! Chiudetela in una stanza da cui non possa più uscire, fino alla fine di questo funesto delirio!

ANTIGONE
Un’altra vita è possibile, Creonte, ma non lo vuoi vedere. Tu stesso non sai che destino ci attende, come nessuno di noi. E le tue leggi sono solo leggi, ma la vita non la puoi definire, fermare, limitare…la vita è vita, che scorre e che si nutre di amore…

CREONTE
Via, via! Portatela via dalla mia vista! Che nessuno ascolti le sue parole empie…Tu sei un pericolo per la nostra salvezza, per i tuoi cari, per l’intera città! Non ripetete le sue parole! Tappatevi le orecchie, non ascoltate il suo delirio! Viaaaa!

(testo scritto da Rossana Levati, meditando su Sofocle)

"Io al posto tuo": spettacolo teatrale in modalità smart

L'emergenza sanitaria non ferma progetti e attività integrative dell'offerta formativa curricolare.
Venerdì 17 aprile 2020 dalle ore 12 alle ore 13 le classi 2A, B e 2C con i proff. Bavastro, Bombaci e Borghese hanno assistito ad una rappresentazione teatrale grazie agli strumenti utilizzati nella Didattica  a distanza. 
In videoconferenza è andato in scena lo spettacolo di Luca Vullo "Io al posto tuo", tratto dall'omonimo fumetto della 'Rete genitori DSA di Cuneo', grazie all'associazione Genitorinsieme Onlus di Asti, nella persona di Giuseppe Cordaro. 



Performance emozionante e interattiva, per dimostrare ai ragazzi e ai docenti che anche nell'apprendimento la diversità è una grande ricchezza. Obiettivo sicuramente raggiunto, grazie anche al sostegno dato all'iniziativa dalla DS prof.ssa Maria Stella Perrone.

Contrastare l’esclusione e la discriminazione, promuovendo la cultura di inclusione è obiettivo essenziale di ogni istituzione scolastica.


a cura del prof. Carlo Bavastro

martedì 14 aprile 2020

Leggere Sartre in tempi di quarantena

Ecco il prezioso contributo di Emilia Bezzo della classe V A su Sartre e l'esistenzialismo, che pubblichiamo integralmente invitando tutti alla lettura:

Leggere Sartre in tempi di quarantena: La nausea e lo straordinario senso dell’insensatezza

Vi sono libri che fanno irruzione nella vita e non ne escono più, segnano l’esistenza e la modificano, incontro fatale, potenza della tyche - direbbe Lacan - libri che, tra la passione e l’ossessione, binomio inscindibile, ci si porta dietro per sempre, rimangono lì, al tuo fianco, in ogni momento; ed ecco che, ogni tanto, li si rispolvera, nel tentativo di cogliere qualcosa di nuovo, di vedere tra le righe ciò che prima non era stato visto. La nausea, mio primo ed indelebile incontro con Sartre, non per cercarvi nozioni né certezze, ma per avere, intimamente, un dialogo con l’autore, per assaporare le sue parole e trovare in esse qualcosa di vivo e di vitale, qualcosa che possa illuminare, quand’anche di inquieta oscurità, il grigiore sofferente del presente. Tenteremo, dunque, di estrapolare da La nausea i nuclei emotivamente e concettualmente più suggestivi, che possano comunicare qualcosa che tocchi noi e il nostro presente, scavando nell’abisso dell’esistenza umana, della nostra attuale esistenza, fatta di giorni che, senza un fine e senza una fine, si succedono incomprensibilmente l’uno all’altro, sospeso - se non perduto - l’orientamento teleologico del tempo. Ed ecco che, tacita e subdola, arriva la nausea, che mostra l’esistenza nella sua sovrabbondante insignificanza, crollano le sovrastrutture e si dissolvono gli artifici, tutto è spogliato e rivelato nella cruda verità, che sembra essere sinonimo di insensatezza.
Così, nel caotico smarrimento di queste settimane, ho ripreso in mano
Leggere La nausea in tempi di quarantena è un’esperienza rivelatrice, affatto particolare, perché, in fondo, è come se tutti fossimo condannati alla Nausea, condannati ad esperire la nudità dell’esistenza, privata della sua dimensione mondana e convenzionale, condannati ad essere, non si sa per quanto, Antoine Roquentin, solo, nella sua Bouville, alla prese con un grigiore esistenziale che lo assale e lo soffoca, senza avventure, senza appigli, senza vie di fuga. Eppure, proprio nel momento in cui Roquentin tocca il fondo più oscuro dell’esistenza, nel momento in cui, paralizzato, impotente, abulico, la Nausea si impossessa di lui, una luce, tanto strana quanto intensa, appare: la metamorfosi inizia ad avvenire, e, proprio nell’insensatezza più assoluta, viene scoperto il senso più profondo dell’esistere, dalla disperazione più radicale si ricava una forza vitale straordinaria, che è poi il nucleo dell’opera sartriana e del suo intero pensiero filosofico, di una filosofia che affascina e colpisce, che, pur senza rigide pretese dogmatiche, può dare risposte agli interrogativi più inquieti del vivere umano. Ed è proprio per il valore liberatorio insito nella Nausea che ci sembra di dover prendere le distanze da quella critica che vede nella Nausea un’esperienza negativa e nichilistica, in cui la coscienza perderebbe la propria capacità di trascendere gli oggetti del mondo e si farebbe assorbire dall’in-sé, smarrendo, così, la possibilità di essere progetto e di creare da sé l’avvenire; in altri termini, secondo queste tendenze critiche (e, tra le altre, facciamo riferimento alle pur autorevolissime interpretazioni di Francis Jeanson), la Nausea rappresenterebbe, in maniera assoluta e univoca, il momento in cui l’esistenza perde totalmente di senso, si rivela nella sua nullità e ingiustificabilità, il momento della vita in cui ci si accorge che nulla ha un senso e nulla ha una direzione, che non ci sono ideali né principi trascendenti a giustificare l’esistenza, e tutto accade, senza spiegazioni né ragioni aprioristiche. Di fronte a ciò si prova un terribile disgusto: “è l’Esistenza che si svela, e non è bella a vedersi, l’Esistenza”, scrive Sartre medesimo. Ebbene, tutto ciò è perfettamente condivisibile, ma, se si vuole cogliere profondamente il significato dell’opera sartriana e farla propria, è necessario, accanto alla pars destruens cui si è accennato poco sopra, mettere in evidenza anche la sua esemplare pars construens, che, se analizzata in rapporto alla successiva produzione sartriana, risulta innegabile; è, cioè, necessario non fermarsi alla Nausea vista come fondo abissale da cui, avendo fatto esperienza dell’insensatezza e della vanità del tutto, è impossibile rialzarsi, bensì, come acutamente suggerisce Franco Fergnani, riconoscerne - successivamente a quello “contestativo” - il “carattere rivelativo”.


Aiutandoci con le interpretazioni di Fergnani - indiscusso punto di riferimento per la critica sartriana in Italia e in Europa - possiamo ricavare da La nausea ciò che forse veramente cerchiamo, soprattutto in periodi di buio e di grigiore come quello che stiamo attraversando, cioè una risposta, un sostegno, una parola che giunga in soccorso al nostro grido di disperazione, proprio partendo, e risalendo, dal fondo abissale ed angoscioso in cui si è precipitati: la Nausea diventa, così, il momento chiave per vivere - con terminologia heideggeriana - autenticamente, essendo passati attraverso la perdita assoluta ma momentanea della significanza dell’esistere.
In questo periodo - si è scritto all’inizio - siamo quasi condannati a fare esperienza della Nausea, per due ragioni essenziali: l’una è il venire meno della dimensione mondana dell’esistere, l’altra è il contatto che si ha con la contingenza precaria e assurda dell’esistenza. Per dimensione mondana dell’esistere, non si intende - è bene chiarire - il fruttuoso e indispensabile Mitsein (che Sartre traduce con être-pour-autrui), ossia il vivere collettivo, il rapportarsi in maniera non solipsistica all’Altro variamente declinato, ma si intende un’esistenza condotta in nome della malafede, della fuga da sé, del pascaliano divertissement, un’esistenza frenetica e convenzionale, dove la chiacchiera si è sostituita al dialogo, dove non si ha il tempo per appropriarsi del nulla che ci abita, si preferisce guardare altrove, immergersi nel mondo con l’intenzione di perdersi in esso e diventare una cosa-tra-le-cose, alienati, reificati, cosificati: è l’esistenza inautentica dei salauds (tradotto “sporcaccioni”), di chi, serenamente e prepotentemente convinto del proprio ruolo nel mondo, non coglie l’ingiustificabilità dell’esistenza e dunque non può arrivare a progettarne da sé una giustificazione, e rimane lì, sicuro del senso della propria vita, chiuso nel suo recinto di certezze e di abitudini, di relazioni superficialmente vissute, in nome di un “Si” neutro e impersonale, banalizzante e omologante, tranquillo nel proprio universo che conforta e distrae. Ebbene, ciò che sta capitando in questo momento - e perdonateci il facile e schematico semplicismo - può essere considerato come una sorta di negazione del vivere mondano, come se ci fosse impedito di vivere in maniera inautentica, di gettarci nevroticamente nella frenesia stordente della quotidianità: siamo, insomma, chiamati per necessità a un’esistenza autentica, che passa attraverso la Nausea. Scrive, a tal proposito, Fergnani in Lezioni su Sartre:

La nausea può essere considerata uno choc salutare che strappa alla banalità quotidiana [...] un’esperienza annichilente in modo totalitario e incondizionato, ma [...] un’esperienza crudamente liberatoria dagli aspetti più convenzionali, conformistici, tradizionalisti, seriosi, del vivere. Una distruzione del mondo delle impressioni canoniche.

Estraneo al mondo, déraciné, sradicato dalla tranquillità della mondanità, Roquentin scopre l’esistenza nella sua cruda profondità: la contingenza, angosciante ma potenzialmente liberatoria. Per contingenza si intende la gratuità e l’ingiustificabilità dell’esistenza, quell’ingiusitifcabilità che i salauds, così sicuri delle loro certezze e così immersi nella mondanità, non vogliono ammettere. Non c’è nulla che possa spiegare l’esistenza, non c’è necessità, tutto è contingente ed effimero, sottoposto a un divenire privo di scopo: questo scopre Roquentin e questo, in fondo, è ciò che gli permette di emanciparsi dalla massa informe dei salauds. Ma lasciamo che parli Sartre:

L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente; gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre [...]. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza [...]. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare [...]: ecco la Nausea.


Ebbene, si può quindi dire che, tra Nausea sartriana ed essere-per-la-morte heideggeriano, siamo posti, in questo periodo, di fronte alla contingenza dell’esistenza e alla sua assurdità, impotenti, disgustati, schiacciati da qualcosa che accade ma non si spiega, qualcosa che è ma non si giustifica, gettati in una situazione in cui si dissolve ogni necessità e ogni schema causalistico, faccia a faccia con la finitudine e con il nulla che permea il tutto, il nulla dentro di noi, il nulla fuori di noi. E questo ci conduce sul confine angoscioso di un precipizio abissale: l’insensatezza, insensatezza della vita e della morte, insensatezza del tempo, insensatezza di giorni che si accumulano l’uno sull’altro senza un perché, privi di rifugi e di valori universali, allontanati dal caos mondanità, soli, viandanti in un deserto secco e desolato, non è data una direzione, non è dato un senso. Ma proprio qua, a contatto con l’insensatezza viscerale dell’esistenza, la Nausea ne rivela il significato: la libertà. L’uomo è libero, condannato ad essere libero, condannato a creare continuamente se stesso, senza scuse, responsabile di tutto ciò che fa, chiamato senza sosta a inventare da sé quel senso della vita che a priori non trova. Da ciò scaturisce tutta la successiva produzione sartriana, da L’essere e il nulla sino alla Critica della ragion dialettica, in un affascinante e straordinario tentativo di spiegare l’inspiegabilità dell’esistenza, non con dogmi, ma con esortazioni, dirette, intime, penetranti, come questa, contenuta in L’esistenzialismo è un umanismo:
 "La vita non ha senso a priori. Prima che voi la viviate, la vita di per sé non è nulla, sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che scegliete." 




Emilia Bezzo

domenica 12 aprile 2020

La filosofia ci aiuta a riflettere sul presente: Freud, la caducità e la rinascita


Freud, la caducità e la rinascita

Il punto di vista storico dal quale osserviamo e studiamo ci porta a volte a credere che gli avvenimenti su cui ci soffermiamo, come la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione russa, la Rivoluzione francese o la peste del Trecento siano importanti e significativi in una prospettiva che è, appunto, soltanto storicamente data, ossia compiuta e definibile nelle sue molteplici sfaccettature. Immaginiamo i grandi tragici eventi del passato come un tutto. Sappiamo che le guerre ebbero impatti significativi sulle persone, che le rivoluzioni misero a dura prova gli stati, che le pestilenze fecero migliaia di morti, ma siamo portati a credere che tali avvenimenti epocali siano stati riconosciuti tali soltanto dopo “un po’ di tempo”. In realtà uno studio attento della storia ci porta a comprendere esattamente il contrario. È un aspetto che vorrei cercare di evidenziare prendendo in esame un breve testo di Sigmund Freud.
Nel 1915, a un anno dallo scoppio della Grande guerra, Freud scriveva le Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, nelle quali indagava la condizione della psiche al tempo del conflitto. Non si tratta di un unicum nella produzione freudiana, infatti qualche mese dopo pubblicava, nel 1916, poche semplici e luminosissime pagine, una sorta di risposta all’affermazione di un poeta che sosteneva di non essere in grado di riuscire a essere felice, perché la certezza che tutto è destinato a tramontare è fonte di grande angoscia. Queste pagine sono intitolate Vergänglichkeit, ovvero “transitorietà”, “precarietà” che in italiano è stato spesso tradotto Caducità. In entrambe le occasioni il Freud medico prova a rivolgere una parola di conforto ai suoi contemporanei utilizzando gli strumenti di indagine e di comprensione della mente affinati con il metodo analitico. In entrambe le occasioni, inoltre, un tema sul quale Freud insiste è quello della bellezza. Nel primo testo parla di disinganno ed estraneità per definire la condizione degli uomini suoi contemporanei e dice: “noi ci sentiamo tanto estranei in un mondo che in precedenza ci appariva così bello”. Nel secondo invece ricorda: “la mia conversazione col poeta ebbe luogo nell’estate prima della guerra. L’anno dopo scoppiava la guerra e depredò il mondo delle sue bellezze.”
Due aspetti mi colpiscono di queste constatazioni. Innanzitutto, le due frasi di Freud ci allontanano da quella falsa prospettiva del fatto storico come un che di compiuto e dato una volta per tutte. È passato soltanto un anno dall’agosto 1914, quando le potenze europee sono scese in guerra armate le une contro le altre. Non c’è bisogno di troppo tempo per accorgersi che le cose sono cambiate per sempre, non è necessario vedere la “fine della storia”. Freud, lontano dai campi di battaglia, nella sua Vienna dorata, la Vienna di Klimt e di Mahler, nella magnifica e splendente Vienna di inizio Novecento, si rende conto che tutto ormai è mutato, che la bellezza è finita.
Ed è proprio questo il secondo aspetto colto in maniera lucida dal padre della psicoanalisi: il mondo è depredato della bellezza. Freud chiama in causa la bellezza come se questa fosse la primaria caratteristica del mondo che ci circonda: la bellezza, quella bellezza che già Platone indicava come la più alta tra tutte le idee. È probabile che Freud avesse in mente il noto verso di apertura della Nenia (1799) di Friedrich Schiller: “Anche il bello deve morire, che dèi e umani soggioga”. È un verso su cui con i ragazzi di quinta, all’inizio di questo strano anno scolastico, ci siamo soffermati ascoltando la versione messa in musica da Johannes Brahms (Nänie Op. 82) in un brano per coro e orchestra che rende perfettamente le sfumature di significato del testo. La constatazione della caducità della bellezza è tra le più toccanti e dure che, come “esseri razionali finiti”, come direbbe Kant, ci sia dato in sorte di interiorizzare.
Il grande spartiacque è la fine della bellezza. È la fine di ciò che è bello che testimonia la ferita nella realtà. È quello che avvertiamo noi oggi, quando, fragili, osserviamo le nostre abitudini e i nostri rituali quotidiani sbriciolarsi infranti contro l’ormai tanto temibile quanto familiare “nemico invisibile”.
Nei testi freudiani citati vengono prese in esame anche altre questioni ma, in entrambi, solo in un secondo momento. Anche questi altri aspetti appaiono inquietantemente attuali. Leggiamo che la guerra “infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà” ed è quello che stiamo verificando in questi giorni quando osserviamo, con angoscia, che le persone più fragili sono quelle che soffrono di più e muoiono e che non bastano le nostre intenzioni e le nostre parole a metterle al sicuro dal male. È quello che constatiamo quando nel paese più progredito del pianeta, gli USA, i più colpiti e indifesi appartengono a fasce a basso reddito della popolazione, quelle fasce che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria (rimando alla lettura di un articolo di Martino Mazzonis che affronta la questione). Dove sono in questo caso le conquiste della civiltà?  Infranse anche, dice Freud, “le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze”. È ciò che si mostra in maniera lampante nelle grandi questioni economiche che la vecchia Europa sta affrontando oggi. Le speranze di un progetto politico di ampio respiro come l’Unione Europea vengono meno quando dimentichiamo o neghiamo quel principio di solidarietà che è alla base della convivenza dei popoli. Conseguentemente il virus, come la guerra, rende “piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della Terra” in un drammatico e destabilizzante mutamento di prospettive. Nel momento in cui vediamo riemergere in Ungheria un regime di stampo palesemente autoritario, che ricorre alla sospensione delle garanzie parlamentari approfittando del virus come del kairos a lungo atteso oppure, ancora, quando il primo ministro inglese poteva affermare alla stampa, indisturbato, che gli inglesi avrebbero dovuto “prepararsi a perdere i loro cari”, non possiamo non concordare con il pensatore austriaco che sbigottito notava: “[la guerra] scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli”.
Caducità è un breve testo di 105 anni fa, semplice e scorrevole, non è un grande trattato di quelli che siamo abituati ad analizzare in classe, non cerca di sistematizzare, eppure questo breve testo ha molto da insegnarci: la guerra è superata, il dolore affrontato, il lutto si estingue e un Freud fiducioso ci consegna queste parole importanti: “torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima”. Può apparire una conclusione ingenuamente ottimistica, ma l’autentica prospettiva è ancora quella terapeutica, una prospettiva che non deve a tutti i costi illuminare il mistero, ma deve rendere affrontabile e sopportabile l’oscurità. Non è una rivelazione, ma l’espressione di una matura consapevolezza. Ciò che questa esperienza – e ancora possiamo pensare alla nostra situazione – distruggerà dovrà trovare basi più solide e queste basi solide nascono nella disperazione per la nostra impotenza nel presente. Di fronte ai proclami che in queste settimane ci risuonano nelle orecchie spero che possa germogliare un sereno interrogarsi su ciò che si poteva fare per salvare vite umane e non è stato fatto per salvare il denaro, consensi e abitudini. Nutro la speranza che siano i giovani studenti, di ogni livello, a porsi queste domande e a eliminare incrostazioni e sedimenti inutili del passato. Riprendo una bella citazione di Baricco: “se c’è un momento in cui sarà possibile redistribuire la ricchezza e riportare le diseguaglianze sociali a un livello sopportabile e degno, quel momento sta arrivando”. Dagli esponenti migliori delle generazioni che hanno superato le guerre mondiali abbiamo appreso a trovare gli strumenti per la pace, ho fiducia che le generazioni che hanno vissuto questo evento epocale, la pandemia, che mette a rischio il diritto più antico, quello alla salute e alla vita, possano far nascere strategie e visioni che ci facciano crescere come collettività umana all’insegna di maggiori e più solidali garanzie per tutti.
Una volta terminato il lutto”, conclude Freud, “si vedrà che la nostra alta opinione dei beni della civiltà non ha perduto nulla con la scoperta della loro fragilità” e, anzi, proprio la loro fragilità deve spingerci a lottare perché le conquiste della civiltà – conquiste politiche, scientifiche e culturali – siano estese e garantite all’umanità intera.

Prof. Federico Baglivo

venerdì 10 aprile 2020

Il mondo di oggi e il mondo che verrà:filosofi, storici,scrittori e registi riflettono sulla pandemia in corso

Partiamo da qui: la sensazione è quella di essere immersi in una delle pagine della Storia, quella con la maiuscola, che per forza di cose, quando la vivi, non sai bene come andrà a finire.


Una epidemia dalle conseguenze non solo sul nostro presente, ma come è evidente anche sul lungo termine, sulla organizzazione di tutti gli aspetti della nostra vita nei prossimi mesi: produzione economica, conseguenze lavorative per milioni di persone (c’è già chi calcola, solo negli Stati Uniti, livelli di disoccupazione superiori per il momento a quelli della crisi del 1929), nuovi scenari della leadership globale, in cui le grandi potenze quali Russia, Cina e Stati Uniti si giocano credibilità e capacità di ripresa, politiche di sicurezza, distanziamento sociale, cura delle persone e anche sistema dell’istruzione ne usciranno profondamente mutati per diversi mesi.

Mentre in questi giorni è facile leggere proiezioni su scenari più o meno ottimisti o pessimisti, vorrei provare a condividere con i lettori del blog alcune delle letture che ho svolto e trovato più interessanti, rimandando chi volesse approfondire alla lettura dell'intero articolo raggiungibile dal link riportato.
Intanto, dal punto di vista scientifico, si moltiplicano gli articoli che evidenziano come negli ultimi trent’anni siano stati sempre più numerosi i casi di spillover, cioè del “salto di specie” di nuove malattie trasmesse dagli animali agli uomini, conseguenza di uno sfruttamento eccessivo dell’ambiente, della distruzione di habitat naturali e di una promiscuità forzata, negli allevamenti intensivi, di uomini e specie animali.

In questo ambito mi sembra importante sottolineare l’intervista al patologo Guido Silvestri, che mette in rilievo come, nonostante l’impressione di tutti sia al momento quella di trovarsi di fronte ad un virus letale e per ora imbattibile con gli strumenti che la scienza ha a disposizione, ribadisce come si tratti di un virus che non avrà alcuna possibilità di sconfiggere l’indagine scientifica in corso, in quanto non si tratta di per se’ di un virus invincibile e capace di “nascondersi”, come è accaduto per l’ Hiv, all’interno della nostro corpo con una lunga fase latente, anzi si tratta di un virus piuttosto debole e non particolarmente astuto nelle sue strategie di sopravvivenza:

Da un punto di vista economico, le conseguenze della lotta dei vari leader mondiali contro le conseguenze dell’epidemia sulle economie nazionali e i rischi connessi alle promesse di sostegno economico ai propri paesi, sono analizzate nel saggio dello studioso di geopolitica Manlio Graziano, che si può leggere a questo link:

Numerosi studiosi sottolineano che le conseguenze inaspettate dell’epidemia, con le ricadute sul sistema globale di fiducia nei confronti delle élite scientifiche e politiche al governo, sono tali che ne uscirà probabilmente un mondo diverso. 
I rischi maggiori sono stati illustrati dal noto filosofo Yuval Harari, che ha evidenziato come sia in gioco anche la sopravvivenza delle democrazie occidentali, per il momento troppo deboli e disunite nel dare risposta pronta all’emergenza e nell’operare in modo collaborativo; il problema della disunione, della mancanza di cooperazione internazionale, della mancanza di una leadership mondiale affidabile e al tempo stesso le nuove frontiere della sorveglianza della popolazione, messe in atto con l’aiuto delle più moderne tecnologie da Cina, Corea e Israele, e anche il rischio di una accelerazione dei regimi totalitari, come sta accadendo con la concessione di pieni poteri ai leader di Ungheria e Slovenia, le nuove forme di controllo “sottopelle” legate all’analisi dei personali dispositivi elettronici e alla tracciabilità dei dati quotidianamente inseriti dagli utenti, sono alcune delle numerose prospettive analizzate in questa intervista:

Se questi sono i rischi evidenziati, è difficile dire quale mondo ne uscirà: molti studiosi insistono sulla necessità di un mondo profondamente diverso, che ripari le profonde diseguaglianze sulle quali il mondo attuale è stato organizzato.
Lo storico americano Frank Snowden, dell’Università di Yale, ribadisce che l’epidemia è la conseguenza di un mondo globalizzato che è cresciuto sul mito di uno sviluppo economico infinito e di una drammatica guerra all’ambiente: questo sistema dovrà essere profondamente ripensato, se vogliamo sopravvivere
https://ilmanifesto.it/lepidemiologo-snowden-la-pandemia-specchio-di-una-globalizzazione-letale-serve-lassistenza-sanitaria-universale/

E’ vero, tutti ci auguriamo un rapido “ritorno alla normalità”. Ma c’è una normalità a cui ritornare, o era essa stessa il problema? Questa è la tesi di Angel Luis Lara, sceneggiatore e studioso di cinema spagnolo, che potremmo riassumere nel suo motto: “Il problema non è solo il capitalismo in se’, ma il capitalismo in me”; egli infatti evidenzia che le epidemie sono sono solo la manifestazione esteriore, di superficie, di problemi profondi già in corso: gli scarsi investimenti sulla tutela della salute pubblica nel sistema sanitario mondiale, conseguenza del neoliberismo imperante nell’economia. “Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo

Per me comunque uno degli articoli più luminosi, in questi giorni a volte bui, dove accade che anche la riflessione o la speranza stenti a decollare, è stato un articolo di Alessandro Baricco, che ha evidenziato che questo sia oggi il “tempo dell’audacia”. Tra le poche certezze che abbiamo, in questo crinale storico così delicato in cui ci troviamo, c’è quella che dovremo ritrovare un nuovo umanesimo, “che diventerà la nostra prassi quotidiana e l’unica vera ricchezza: non sarà una disciplina di studi, sarà uno spazio del fare che non ci lasceremo mai rubare.” 
Sì, perché dobbiamo ricordarci che “Noi siamo vivi per realizzare delle idee. La nostra agenda dovrebbe essere dettata dalla voglia, non dalla paura. Dai desideri, dalle visioni, non dagli incubi.”
E dicendo questo, ci esorta a non permettere che le nostre vite siano dominate dalle paure, sia da quelle precedenti, alimentate ad arte dalla propaganda politica, sia da quella in corso. Anche egli si augura che sia questa l’occasione per costruire una società più giusta: 
Se c’è un momento in cui sarà possibile redistribuire la ricchezza e riportare le diseguaglianze sociali a un livello sopportabile e degno, quel momento sta arrivando”. E la prossima battaglia, quella decisiva che ci aspetta, sarà quella per difendere, finalmente e una volta per tutte con forza, il pianeta Terra dalle troppo lunghe devastazioni.








martedì 7 aprile 2020

Virgilio, Boezio e Dante: cosa possono insegnarci in questi giorni

Lo abbiamo letto tante volte, in quel poema che ancora oggi rappresenta la summa della nostra lingua e cultura che è la Divina Commedia, quel verso, nel canto V dell’Inferno, così musicale e drammatico di Francesca che, interrogata da Dante, dice: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”.
Dante e Virgilio
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Come accade spesso in questi giorni di interruzione forzata delle nostre vite, versi di autori, frasi di romanzi e opere lette con altro spirito, in una vita che credevamo normale e i cui pregi abbiamo sottovalutato, tornano alla mente all’improvviso e il loro significato è mutato: tutto assume un peso diverso, tutto sembra avere un significato improvvisamente più chiaro, anche quei versi così ricchi, intensi e riletti più volte, mai come oggi così densi di significato.
E questo ci avvicina di colpo la letteratura, ci fa capire che ciò che dicono i poeti è vita vera, che oggi comprendiamo più in profondità in tutto il loro significato.
Il senso diverso ce lo da’ la realtà contemporanea: perché è chiaro a tutti che eravamo felici senza sapere di esserlo, come sempre i poeti osservano e richiamano alla nostra attenzione.
La felicità delle piccole cose, quella che indica anche Gozzano, e quella che è sempre più rimpianta ora che l’abbiamo perduta.
Perché abbiamo un bel riempire le nostre case di attività per colmare  il tempo dilatato che ci si spalanca davanti, dal fitness alla musica alla lettura alla cucina, ma diciamolo, il tempo di prima, la vita di sempre, sono quelle lì che vorremmo recuperare.
Certo ricordare cosa potevamo fare è doloroso per tutti, ancor più per i giovani, abituati a una vita in movimento, piena di contatti sociali: anche i semplici contatti familiari tra generazioni ora sono più difficili. E’ la nostra routine interrotta, ma è anche la ricchezza invisibile di rapporti umani che rimpiangiamo in mille modi: strade percorse, incontri di persone, libero movimento, gesti di affetto ora più che mai trattenuti, perfino i litigi all’interno di un’aula scolastica, ora sono un ricordo di un tempo felice.
Dante citava, nel verso di Francesca,  il “De consolatione philosophiae” di Boezio, ma non gli era estraneo il senso profondo del maestro Virgilio, non solo guida nel viaggio nell’aldilà ma modello di poesia e di riflessione.
Virgilio infatti più volte, nel descrivere i suoi personaggi, usa l’espressione “felix quondam”, “felice un tempo”: felice se mai fosse accaduto questo, “o fortunatos nimium, sua si bona norint”, felici, troppo felici, se solo avessero saputo di esserlo.
Perché una cosa ce la dice chiaramente il poeta latino, che la nostra felicità la ignoriamo quando la possediamo  a nostra insaputa,  e solo quando essa è perduta per il sopraggiungere di difficoltà, possiamo ammettere di essere stati felici riconoscendo in quell’attimo  passato la nostra condizione irripetibile.
Anche Virgilio così lo ritroviamo improvvisamente più vicino, e mai come oggi il suo discorso sulla felicità perduta ci sembra così attuale.
Ma poiché il tempo va avanti e non si riavvolge su se stesso, è nel dipanarsi di questo nastro che dobbiamo sperare, sperando di imparare almeno a non sottovalutare  i doni della vita, quando li abbiamo tra le mani, e a portarci dentro una nuova ricchezza e sensibilità nelle letture che avremo la fortuna di fare: ogni autore, ma soprattutto i classici della letteratura, può insegnarci a riflettere, in questo tempo rallentato, e darci qualche spunto da portare sempre con noi.