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martedì 7 aprile 2020

Virgilio, Boezio e Dante: cosa possono insegnarci in questi giorni

Lo abbiamo letto tante volte, in quel poema che ancora oggi rappresenta la summa della nostra lingua e cultura che è la Divina Commedia, quel verso, nel canto V dell’Inferno, così musicale e drammatico di Francesca che, interrogata da Dante, dice: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”.
Dante e Virgilio
https://www.flickr.com/photos/70554294@N00/1435693426/
Come accade spesso in questi giorni di interruzione forzata delle nostre vite, versi di autori, frasi di romanzi e opere lette con altro spirito, in una vita che credevamo normale e i cui pregi abbiamo sottovalutato, tornano alla mente all’improvviso e il loro significato è mutato: tutto assume un peso diverso, tutto sembra avere un significato improvvisamente più chiaro, anche quei versi così ricchi, intensi e riletti più volte, mai come oggi così densi di significato.
E questo ci avvicina di colpo la letteratura, ci fa capire che ciò che dicono i poeti è vita vera, che oggi comprendiamo più in profondità in tutto il loro significato.
Il senso diverso ce lo da’ la realtà contemporanea: perché è chiaro a tutti che eravamo felici senza sapere di esserlo, come sempre i poeti osservano e richiamano alla nostra attenzione.
La felicità delle piccole cose, quella che indica anche Gozzano, e quella che è sempre più rimpianta ora che l’abbiamo perduta.
Perché abbiamo un bel riempire le nostre case di attività per colmare  il tempo dilatato che ci si spalanca davanti, dal fitness alla musica alla lettura alla cucina, ma diciamolo, il tempo di prima, la vita di sempre, sono quelle lì che vorremmo recuperare.
Certo ricordare cosa potevamo fare è doloroso per tutti, ancor più per i giovani, abituati a una vita in movimento, piena di contatti sociali: anche i semplici contatti familiari tra generazioni ora sono più difficili. E’ la nostra routine interrotta, ma è anche la ricchezza invisibile di rapporti umani che rimpiangiamo in mille modi: strade percorse, incontri di persone, libero movimento, gesti di affetto ora più che mai trattenuti, perfino i litigi all’interno di un’aula scolastica, ora sono un ricordo di un tempo felice.
Dante citava, nel verso di Francesca,  il “De consolatione philosophiae” di Boezio, ma non gli era estraneo il senso profondo del maestro Virgilio, non solo guida nel viaggio nell’aldilà ma modello di poesia e di riflessione.
Virgilio infatti più volte, nel descrivere i suoi personaggi, usa l’espressione “felix quondam”, “felice un tempo”: felice se mai fosse accaduto questo, “o fortunatos nimium, sua si bona norint”, felici, troppo felici, se solo avessero saputo di esserlo.
Perché una cosa ce la dice chiaramente il poeta latino, che la nostra felicità la ignoriamo quando la possediamo  a nostra insaputa,  e solo quando essa è perduta per il sopraggiungere di difficoltà, possiamo ammettere di essere stati felici riconoscendo in quell’attimo  passato la nostra condizione irripetibile.
Anche Virgilio così lo ritroviamo improvvisamente più vicino, e mai come oggi il suo discorso sulla felicità perduta ci sembra così attuale.
Ma poiché il tempo va avanti e non si riavvolge su se stesso, è nel dipanarsi di questo nastro che dobbiamo sperare, sperando di imparare almeno a non sottovalutare  i doni della vita, quando li abbiamo tra le mani, e a portarci dentro una nuova ricchezza e sensibilità nelle letture che avremo la fortuna di fare: ogni autore, ma soprattutto i classici della letteratura, può insegnarci a riflettere, in questo tempo rallentato, e darci qualche spunto da portare sempre con noi.


domenica 15 marzo 2020

Coltivare la speranza in tempi di Coronavirus: musica e poesia sono dalla nostra parte

In questi giorni segnati dall'emergenza Coronavirus che ha imposto a tutti noi un improvviso cambiamento delle abitudini sociali e soprattutto ci richiede di fare i conti con ansie e timori inespressi sul futuro, molti cercano di mantenere viva speranza e ottimismo, non solo seguendo gli aggiornamenti scientifici, ma anche diffondendo piccoli segnali di positività: dai bigliettini ai cartelli appesi sulle strade (anche sulla porta del mio condominio) con la scritta "Andrà tutto bene" che si accompagna a disegni di arcobaleni, ai video di cantanti e artisti postati su Facebook, alle canzoni sui balconi in varie città: canzoni nazionali, oppure dialettali, varie da regione a regione ma tutte rivolte a conservare un minimo contatto a distanza, come a dire: "ci siamo, siamo insieme, ci sosteniamo a vicenda".
Tra i  post di questi giorni, colpisce proprio quello di Ezio Bosso, musicista torinese che lotta da alcuni anni contro la SLA, malattia invalidante che progressivamente lo costringe a limitare i movimenti e ad aver bisogno di aiuto anche per le più normali attività, compreso lo spostarsi e il camminare, e nonostante ciò non ha mai rinunciato a comporre o dirigere concerti.
Questa la sua poesia, pubblicata sulla sua pagina Facebook ieri 14 Marzo 2020:

"Io li conosco I domani che non arrivano mai

Conosco la stanza stretta
E la luce che manca da cercare dentro

Io li conosco i giorni che passano uguali
Fatti di sonno e dolore e sonno
per dimenticare il dolore

Conosco la paura di quei domani lontani
Che sembra il binocolo non basti

Ma questi giorni sono quelli per ricordare
Le cose belle fatte
Le fortune vissute
I sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci

Questi sono i giorni per ricordare
Per correggere e giocare
Si, giocare a immaginare domani

Perché il domani quello col sole vero arriva
E dovremo immaginarlo migliore
Per costruirlo

Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare

Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno

Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo
Il gioco più bello
Cominciamo…"

Come molti artisti, anche Ezio Bosso ha voluto condividere l'appello a rimanere a casa, ma soprattutto invitare tutti a mantenere accesa la capacità di sognare un domani migliore, che potremo costruire ma che dobbiamo continuare a immaginare oggi per poterlo davvero migliorare domani, quando ci sarà possibile, anche se il binocolo non ci consente oggi di intravvedere tempi migliori, che sembrano così irraggiungibili.
Ci piace pensare che questa poesia, questo invito a sognare e sperare, venga proprio da chi, come Ezio Bosso, costruisce ogni sua giornata nella fatica e tuttavia non ha mai rinunciato a coltivare la speranza e l'amore per la vita e la bellezza, pur essendo per lui infinitamente più difficile che per tutti noi.



La poesia, come la musica e l'arte che in questi giorni sta inondando alcune bacheche di Facebook, ha proprio la capacità di ricordare a noi tutti che solo la speranza, la musica, il canto e la bellezza possono dare un senso alla nostra vita, altrimenti rischieremmo di essere poco più che "scheletri tremanti" senza alcun valore, come ci ricorda Alda Merini in questa sua poesia, di cui condivido l'esecuzione musicale realizzata dalla nostra ex-alunna Eleonora Anselmo:





"Se la mia poesia mi abbandonasse
come polvere o vento,
se io non potessi più cantare, come polvere o vento,
io cadrei a terra sconfitta
trafitta forse come la farfalla
e in cerca della polvere d'oro
morirei sopra una lampadina accesa,
se la mia poesia non fosse come una gruccia
che tiene su uno scheletro tremante,
cadrei a terra come un cadavere
che l'amore ha sconfitto"

Coltiviamo e conserviamo allora la musica, la poesia e con esse la speranza, perchè anche lo spirito ha bisogno del suo nutrimento!

venerdì 6 marzo 2020

Paura del virus o virus della paura?

In questi giorni di emergenza per la diffusione del Coronavirus, gli alunni, in forzata permanenza a casa, riflettono e si pongono domande, su quello che ne è della nostra società alle prese con la malattia e il cambiamento dei ritmi quotidiani, su come si modificano i rapporti tra le persone e sulle prospettive di superare le preoccupazioni diffuse, non rinunciando mai a riflettere e a esercitare il proprio giudizio critico.

Ecco le riflessioni di Paola Pero, della classe V C, stimolate anche dall'intervento di Carlo Lucarelli  e dall'intervista rilasciata da Marino Niola alla trasmissione televisiva "Che tempo che fa"



"Viviamo nella società del controllo, in cui ognuno di noi sente il bisogno di tenere nelle proprie mani la sua vita, i suoi progetti, le sue emozioni. Dobbiamo sempre avere ogni cosa sotto controllo per poter sentirci bene, determinati, sicuri. Non appena capita qualcosa che non rientra nei nostri schemi, allora, diamo di matto. La nostra vita si sconvolge drasticamente al punto che siamo disposti ad aggrapparci a qualsiasi cosa, regola, informazione, pur di controllare un po’ di più la situazione. O di credere di controllarla. 

Abbiamo sempre bisogno di un appiglio perché l’incerto ci spaventa. Mi ha colpito l’intervento di Carlo Lucarelli in una trasmissione televisiva, in cui è riuscito a spiegare con un’immagine chiara e semplice quello che spinge gli uomini ad avere paura. Ci troviamo in un corridoio, di fronte ad una porta. È chiusa? Non ci interessa. È aperta? Non ci fa paura, possiamo vederci dentro. Ma se la porta è socchiusa? Ci spaventa, proprio perché non sappiamo cosa c’è dietro ma possiamo scorgervi qualcosa. Allora iniziamo a pensare ad ogni possibilità e ne siamo spaventati. È proprio questo che porta gli uomini a provare paura: l’incertezza. Ed è proprio questo che, ormai da più settimane, spaventa (quasi) tutta l’Italia. Il covid-19 è arrivato improvvisamente, non ce lo aspettavamo, sembrava qualcosa di lontano, quasi immerso in una dimensione onirica. Ora, arrivato anche da noi, è diventato motivo di inquietudine e angoscia, proprio perché non era nei nostri schemi e non lo conosciamo. Dunque, l’incertezza che si ha di fronte ad una porta socchiusa, spesso connessa all’ignoranza, porta il problema reale all’esasperazione e fa sì che la paura del virus, assolutamente sana, diventi il virus della paura.

La paura è una sensazione del tutto normale, sia negli uomini che negli animali, in quanto, provocata dalla percezione di un pericolo, mette in atto un tentativo di difesa. Come sostiene il filosofo e sociologo Umberto Galimberti, però, possiamo parlare di paura solo quando si prende in considerazione un oggetto determinato. Nel momento in cui si teme qualcosa di indeterminato, allora la paura viene soppiantata dall’angoscia. Pertanto, possiamo parlare di “virus della paura” solo per comodità, perché nella realtà dei fatti quello che sconvolge l’Italia è il virus dell’angoscia. 

Ogni giorno si possono leggere notizie che dimostrano il dilagare dell’angoscia tra gli italiani: sono sempre più frequenti, per esempio, casi di razzismo nei confronti di persone che presentano tratti fisici asiatici. Poco importa se quelle persone sono nate in Italia, magari molti anni prima di noi, e hanno vissuto tutta la loro vita qui: sono comunque etichettate come “cinesi” e, in quanto tali, portano sulle spalle la colpa del coronavirus. Questo perché, come insegna la Storia, gli uomini hanno sempre avuto bisogno di identificare il nemico, colpevole delle loro disgrazie. 

Ma l’angoscia non porta solo al razzismo. Porta anche all’isolamento da tutte le altre persone, a prescindere dal colore della pelle e dalla forma degli occhi. Per proteggerci dall’impurità del mondo che ci circonda ci chiudiamo in noi stessi: rinunciamo così a qualcosa di estremamente positivo per noi, il contatto, in modo da evitare qualcosa che invece procura il nostro malessere, cioè il contagio.

Nel tentativo di conservare la nostra purezza, commettiamo lo sbaglio più grande che un uomo possa fare in una situazione di emergenza: confondiamo l’immunità dal virus con l’immunità dai sentimenti. Non limitiamo l’immunità al nostro corpo, come dovrebbe essere, ma la estendiamo anche ai nostri sentimenti, alle nostre emozioni. Come sostiene l’antropologo Marino Niola, l’immunità dell’anima è l’arma più pericolosa: ci stacca dalla società in cui viviamo provocando una paralisi dei nostri impegni e doveri. Infatti, è sufficiente risalire all’etimologia del termine “immune” per concepirne l’accezione negativa. Cicerone parlava di munia per indicare quei doveri civili a cui ogni cittadino avrebbe dovuto e dovrebbe tutt’oggi adempiere: proprio in nome dei munia bisogna soccorrere chi ha bisogno, stringere la mano a chi si sente perduto, accogliere chi non ha una casa e sostenere chi non ha la forza. Pertanto, chi è immune nell’animo, cioè non si conforma ai doveri civili e umani, risulta essere estraneo alla socialità e all’umanità. Perciò, una società di immuni, a detta di Niola, è una società di persone sole ed esposte. Persone che, in questo modo, pensano di essere più forti ma che sono in realtà ancora più deboli: e la debolezza, insieme alla solitudine, è il modo peggiore per affrontare una situazione di emergenza."